domenica 26 marzo 2017

Siglata dai 27 la Dichiarazione di Roma, Londra fino al 2019 in Ue ma è già fuori

Tra visite e shopping si confermano le diverse priorità dei Paesi
 
I leader dei Ventisette che oggi celebrano i 60 anni dei Trattati di Roma hanno firmato una dichiarazione congiunta frutto però di divisione e diktat di Paesi, Polonia e Grecia, in primis. Il Regno Unito anche se uscirà nel 2019 ufficialmente dall’Unione sembra già fuori.

Ultimo leader a lasciare il Quirinale, il danese Lars Løkke Rasmussen, che se ne va a fare shopping in centro con un seguito ridotto al minimo. 

A quel punto la domanda che agita i pensieri degli sherpa è se questo 25 marzo, giornata romana di celebrazione solenne e a tratti gioiosa, sia da considerarsi l’inizio d’una fase nuova o una pausa nella tempesta multipla che scuote l’Europa. «Mercoledì si torna alla realtà con l’avvio della Brexit - confessa una fonte diplomatica -, e nessuno può dirsi sicuro di quale sarà il colore del cielo sopra la nostra testa». Stregati da Roma, deserta come una cartolina di Audrey Hepburn, i capi di Stato e di governo Ue hanno tentato anzitutto di mantenere un’unità costruttiva. «Tutti hanno rinunciato a qualcosa», ha ammesso il presidente del Consiglio Donald Tusk, presentando l’ennesimo accordo al ribasso nel momento in cui la storia imporrebbe un salto di qualità. Mezzo bicchiere, al solito, e che funzioni davvero è presto per dirlo. Intanto, però, avanti si va.  
 
La primavera capitolina, l’aria da Dolce Vita, hanno dato «’na mano a faje dì de sì». Era disteso venerdì sera il premier spagnolo Rajoy, a tavola da «Nino» in via Borgognona, come lo era il polacco Tusk a passeggio con la moglie in via Veneto, e Angela Merkel segnalata dalle parti di Giordano Bruno a Campo de’ Fiori. I colleghi socialisti cenavano a Villa Pamphili, reduci come gli altri dall’invito in Vaticano. Poi il Campidoglio e gli Orazi e Curiazi affrescati, infine il Colle di Mattarella. Stregati dall’Urbe, invitati a distendersi. Persino Viktor Orbán, accolto freddamente dai colleghi per la sua sindrome di costruttore di muri e riscrittore di leggi costituzionali, ha sostato sugli scalini dei Musei Capitolini ammettendo che, in effetti, «It looks good»: il massimo dell’entusiasmo per il duro premier ungherese.  
La cerimonia nella sala degli Orazi e Curiazi è stata sobria, del resto quella del 1957 fu di «disadorna semplicità», almeno nelle parole dello speaker del cinegiornale. Sulla dichiarazione finale non c’erano dubbi, il testo era chiuso da lunedì e non si intendeva toccarlo. Per motivi diversi, ma uniti dalla voglia di mandare segnali all’elettorato di casa, hanno cercato di riaprirlo polacchi e greci. Pro forma. Beata Szydło, in un giallo tanto luminoso da confondersi con la bandiera belga, voleva garanzie sulle più velocità, perché in fondo, oltre le proteste demagogiche, alberga a Varsavia la paura di essere lasciata indietro. Alexis Tsipras, senza cravatta, inseguiva garanzie economiche che già venerdì aveva ottenuto, salvo spacciarle per «richiesta di chiaro riferimento sociale». 

Non bisogna illudersi che sessant’anni fa l’atmosfera fosse tanto diversa, i Trattati furono firmati con qualche passaggio in bianco. «Siamo nella stessa sala solo un po’ più stretti», ha concesso Paolo Gentiloni, ospite apprezzato, titolare di una macchina organizzativa caduta solo - per quanto se ne sa - sul wifi della sala stampa maledetto dai giornalisti e assolutamente compatibile col 25° posto che l’Italia copre nella classifica delle potenze digitali. Al premier e ai suoi va il merito di aver battagliato perché la dichiarazione avesse un’anima sociale, parlasse di lavoro e crescita. La chiedeva Tsipras, ma soprattutto i cittadini. Adesso c’è l’impegno di tutti. 

Gli Stati si riflettono nei governi, i governi nei premier, i premier nella loro camminata. Sono sfilati tutti sulla guida rossa verso il Marc’Aurelio, davanti ai messi capitolini in livrea sino alla postazione dove Gentiloni, Tusk e il maltese Muscat sono rimasti in piedi per 55 minuti. Andatura da cavaliere per Rajoy, un pugile lo slovacco Fico, atletico l’olandese Rutte, severa Angela Merkel. Tutti di ottimo umore, per la foto di famiglia e l’incontro con Virginia Raggi che si parava sulla porta. «Sindaca o sindaco?», le ha chiesto il lussemburghese Bettel, ex primo cittadino e avvocato, rapido nel dire «abbiamo così tante cose in comune». Poi la tedesca. «Ci stringiamo la mano?», suggerisce a Virginia. Rapido scambio e la leader federale è già da Giorgio Napolitano, salutato con affetto. 

Era saporito il risotto di Mattarella è così, dicono, il pesce. Il Presidente invoca una Costituente, mentre il menu a Ventisette promette Brexit, crisi greca, la sfida di Le Pen, il consenso che affoga nel disincanto, la voglia delle due velocità che Tusk, classe 1957 come i Trattati, tira in ballo per descrivere la Danzica di Hitler e Stalin. L’Europa che si è rifatta l’umore ammirando i Fori giura di sentirsi in corsa, nonostante gli anni. Hollande concede che «ci sono dei problemi, ma insieme siamo più forti». Andrebbe ascoltato come invito a fare di più. Lui, in effetti, ha fallito nonostante i ventisette compagni di viaggio. 

FONTE:  Marco Zatterina (lastampa.it)

lunedì 20 marzo 2017

Mosul, circondata la moschea dove Isis proclamò califfato

© ANSA



Soldati vicini a sito in cui Al Baghdadi lanciò crociata in 2014 

Le forze di sicurezza irachene si trovano a poche centinaia di metri dalla Grande moschea di Mosul, nell'ovest della città, dove Abu Bakr Al-Baghdadi proclamò il califfato dell'Isis, nel 2014. Secondo quanto riferisce l'iraniana Press Tv, che cita il capo della polizia federale iracheno Raed Shaker Jawdat, le forze lealiste si trovano vicinissimi al minareto al'Hadba ('il gobbo') e alla grande moschea di Nuri, nella parte vecchia della città dopo aver affrontato violenti scontri con i miliziani dell'Isis. la moschea è ora completamente circondata e che droni iracheni stanno monitorando i movimenti dei miliziani nella zona, combattendo casa per casa.

FONTE: ansa.it 

venerdì 3 marzo 2017

Roma, la città più verde d'Europa

Il semenzaio di San Sisto, sede del Servizio Giardini a Porta Metronia
Ville, riserve ed aziende agricole, due gestite dal Comune

Una camminata tra il 'verde' di Roma diventa un'escursione nella storia del giardino della Capitale: si va dal Rinascimento nel giardino di Villa Medici, al barocco nei giardini segreti di Villa Borghese, al neoclassicismo nel parco all'inglese di Villa Torlonia, al Novecento nel giardino di piazza Mazzini di Raffaele Vico fino ad arrivare al contemporaneo con i giardini dell'Eur.

Se Roma è il comune con più ettari di verde d'Europa lo deve ai suoi papi. Villa Doria Pamphili, la più grande di Roma, Villa Ada, Villa Borghese e molte altre ville storiche nacquero come tenute di campagna, con ampie zone dedicate alla caccia, di famiglie nobili romane che tra i propri membri hanno avuto papi e cardinali. Grazie a questa 'eredità', Roma non ha eguali al mondo, non solo per bellezze storico-archeologico, paesaggistiche ed architettoniche ma anche per estensione e varietà del verde che rappresenta il 67% del territorio comunale ovvero 85mila ettari sui 129 mila totali.
Il verde pubblico all'interno del tessuto urbano è composto dai parchi urbani, dalle ville storiche, dai giardini pubblici, dalla aiuole e dalle zone verdi di arredo per un totale di 3.932 ettari.
Ci sono poi i Parchi e le Riserve Naturali sparse tra la periferia fino ad arrivare a ridosso del centro. Tra le 18 aree protette, ci sono la Riserva di Castel Fusano, dell'Insugherata, della Marcigliana, il Parco di Vejo ed ancora il Parco del Pineto, la Valle dei Casali, la Tenuta dei Massimi e la Riserva di Monte Mario.
Roma è anche il più grande comune agricolo d'Europa con i suoi 50 mila ettari coltivati. La stessa Amministrazione capitolina gestisce in modo diretto due aziende agricole: la Tenuta del Cavaliere e quella di Castel di Guido per un totale di 2.300 ettari.

FONTE: Emanuela De Crescenzo (ansa.it)

mercoledì 15 febbraio 2017

Ocse rivede all'insù le stime del Pil: +1% nel 2017. Debito scende

Un operaio al lavoro © ANSA

Bene riforme, spinta da politica monetaria e bilancio accomodante

L'Ocse rivede all'insù le stime del Pil dell'Italia: l'economia italiana, secondo le previsioni dell'organizzazione parigina, crescerà nel 2017 ad un tasso dell'1%, che si confermerà anche nel 2018. Per il 2016 la stima è di un Pil in aumento dello 0,9% (come l'Istat). In base alle proiezioni aggiornate al 20 gennaio, prima dell'annuncio della manovra correttiva, il deficit dovrebbe attestarsi al 2,3% nel 2017 e al 2,2% nel 2018. Nello stesso biennio, dovrebbe lentamente scendere anche il debito. Dopo il rialzo al 132,8% previsto nel 2016, si attesterà al 132,7% del 2017 e al 132,1% del 2018.
Nel Rapporto dedicato al nostro Paese, si afferma che l'economia italiana "è in via di ripresa dopo una lunga e profonda recessione. A migliorare la situazione hanno contribuito le riforme strutturali, le politiche monetarie e di bilancio accomodanti e i prezzi contenuti delle materie prime". Allo stesso tempo, tuttavia, si sottolinea che che "la ripresa è debole e la produttività continua a diminuire". 
La politica di bilancio italiana "è appropriata, a condizione che il margine di manovra disponibile sia utilizzato per sostenere politiche che consentano di ottenere una crescita più rapida e sostenibile", afferma ancora l'Ocse, evidenziando che il margine esiste grazie al calo della spesa per interessi e andrebbe ora usato per potenziare gli investimenti pubblici, crollati del 30% da inizio crisi. Le priorità sono trasporti e infrastrutture, edilizia antisismica, spese per istruzione e assegni familiari, "basse per un Paese Ocse".

FONTE: ansa.it

 

giovedì 9 febbraio 2017

Lotta all'evasione, record nel 2016: recuperati 19 miliardi

Padoan: record anche per il gettito entrate, stima 450 mld

Nuovo record per la lotta all'evasione. Nel 2016 l'Agenzia delle Entrate ha recuperato 19 miliardi.  Il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan ha presentato al Tesoro i risultati dell'Agenzia con il direttore Rossella Orlandi.

Nel 2016 si è registrato "un gettito record" per l'erario, che hanno registrato "oltre 450 miliardi secondo le prime stime, rispetto ai 436 miliardi del 2015 e ai 419 del 2014".

Il governo "non strizza l'occhio agli evasori ma alle aziende e ai contribuenti onesti, aiuta ad adempiere, a non sbagliare e a correggere gli errori, senza approcci inutilmente punitivi", ha affermato Padoan, sottolineando che  una "buona amministrazione fiscale" non serve solo "ad assicurare il gettito ma anche la giustizia sociale, perché il mancato adempimento crea disuguaglianze e distorce la concorrenza".

"Al G7 dei ministri delle Finanze di metà maggio a Bari si discuterà della tassazione delle nuove forme di impresa dell'economia digitale, vedremo quali sono le forme possibili e concrete di cooperazione internazionale", ha spiegato Padoan.

Orlandi, con canone Rai in bolletta evasione giù a 4%  - "A distanza di un anno posso affermare che l'operazione 'canone in bolletta' ha funzionato, addirittura meglio del previsto" e ha consentito di ridurre "la stima di evasione dal 30% al 4%". Lo ha detto il direttore dell'Agenzia delle Entrate Rossella Orlandi presentando i risultati 2016 e sottolineando che, insieme all'incasso (2,1 miliardi, 500 milioni di extragettito), i dati "evidenziano in maniera tangibile, se ancora ce ne fosse bisogno, che quando tutti pagano le tasse, la comunità intera ne trae beneficio'".

FONTE: ansa.it 

domenica 5 febbraio 2017

Sondaggio: Pd e M5s ai minimi, il 70% contro il voto-lampo

Sondaggio: Pd e M5s ai minimi, il 70% contro il voto-lampo
Atlante politico. Nella rilevazione Demos, conclusa mentre esplodeva il caso polizza-Raggi, l'onda favorevole ai 5Stelle subisce uno stop. Democratici sotto il 30%. In crescita Forza Italia, Lega e FdI. Si rafforza Sinistra italiana-Sel. Un fronte largo vuole una "legge omogenea" per le due Camere prima di andare alle urne

IL SONDAGGIO di Demos per l'Atlante Politico si è chiuso giovedì, in tarda serata. Quando le polemiche intorno a Virginia Raggi, per la polizza donata "a sua insaputa" e le nomine di collaboratori discussi (come il fratello di Raffaele Marra) erano già esplose. Ma non con il clamore che stanno assumendo ora. D'altronde, questa è una fase di instabilità e di tensioni politiche accese. Che investono non solo il M5S romano. Ma anche il Pd, nel quale leader storici della sinistra interna hanno minacciato una scissione.
 
In generale, tutte le forze politiche sono entrate in fibrillazione, dopo la decisione della Corte Costituzionale, che ha emendato l'Italicum. Dichiarando inammissibile il ballottaggio. E dopo la bocciatura della riforma costituzionale, al referendum dello scorso 4 dicembre, che ha determinato le dimissioni del(l'ex) premier Matteo Renzi. Così, siamo entrati in una fase politica fluida. Nella quale il dibattito si è spostato sulla prospettiva e sulla data delle prossime elezioni. Il sondaggio riflette questo clima incerto. Anzi (Bauman mi perdonerà), "liquido". Anche se le intenzioni di voto non appaiono in grande movimento. Mostrano, tuttavia, alcuni segnali di mutamento. Significativi. Anzitutto, l'indebolirsi, parallelo, dei due partiti che dominano la scena, ormai da anni. Il Pd, perde poco. Mezzo punto appena. Ma scivola sotto il 30%. E tocca il livello più basso degli ultimi due anni, nelle nostre rilevazioni. Il M5s, a sua volta, perde consensi. Quasi due punti, anche se, nel corso del sondaggio, il "caso Raggi" era appena emerso. Tuttavia, anche il M5s scivola sui valori più bassi, (stimati) dalla primavera del 2016. Parallelamente, risalgono i soggetti politici della Destra e del Centro-Destra. Forza Italia, la Lega e, ancor più, i Fratelli d'Italia guidati da Giorgia Meloni. Come se, come in altri Paesi, fosse in atto un processo di radicalizzazione. Anche i soggetti a sinistra del Pd, d'altronde, risalgono. Seppure in misura limitata. In attesa che l'ipotesi di "scissione", avanzata, fra gli altri, da Massimo D'Alema, divenga maggiormente concreta. Quasi 6 elettori su 10 , peraltro, pensano che il Pd finirà per dividersi. Si tratta di un'opinione cresciuta sensibilmente, negli ultimi mesi: 10 punti in più rispetto allo scorso ottobre. Ma, soprattutto, questa idea risulta condivisa, in misura pressoché identica (57%), dagli stessi elettori del Pd.
LE TABELLE
 
Tuttavia, Massimo D'Alema, autorevole sostenitore del rischio "secessionista" nel Pd, non pare aver tratto beneficio sul piano del consenso, da questa posizione. E resta in coda alla graduatoria dei leader, in base al grado di popolarità (20% di fiducia).
 
In effetti, siamo in una fase politica strana. La definirei "post-renziana", se Matteo Renzi non fosse ancora in pista. Nonostante le dimissioni. Perché è evidente che non ha alcuna intenzione di ritirarsi. Eppure qualcosa è sicuramente cambiato, dopo le sue dimissioni da premier. E dopo la bocciatura del referendum. Il primo, evidente, segno di cambiamento nel clima d'opinione è fornito dal grado di fiducia personale espresso dagli elettori. Nell'ultimo mese, infatti, Renzi è sceso di 8 punti. È il leader che ha subito il calo più sensibile. Insieme a Salvini e Grillo, che, tuttavia, hanno perduto minore credito (4-5 punti in meno). D'altronde, il ritiro - temporaneo di un leader si riflette anche sui principali "antagonisti".
 
Ripeto, si tratta di un momento politico singolare. Il post-renzismo al tempo di Renzi. Nel quale agisce un premier sicuramente vicino a Renzi. Sicuramente diverso da Renzi. Paolo Gentiloni. "Personifica" un governo "impersonale". Perché l'attuale premier non ha lo stile di azione e di comunicazione di Renzi. Né di Berlusconi. È post-renziano e post-berlusconiano. Anche se ha una lunga storia politica personale. Questo stile "impersonale", in tempo di partiti e di leader "personali", però, non sembra nuocergli. Almeno fin qui. Anche se la maggioranza degli elettori, il 53%, ritiene che il suo governo sia destinato a concludersi prima della scadenza naturale del 2018. Tuttavia, un mese fa la quota degli scettici, al proposito, era più elevata di 10 punti percentuali. La fiducia nel governo, inoltre, rispetto al momento in cui si è insediato, è salita di 5 punti. E oggi ha raggiunto il 43%. D'altronde, Gentiloni, per quanto "impopulista", oggi è il più popolare fra i leader. Dichiara di aver fiducia verso di lui il 47% degli elettori. Oltre 10 punti più di Renzi. E poi: 9 più di Giorgia Meloni. E 13-14 di più, rispetto a Di Maio, De Magistris, Pisapia e Salvini. I quali, almeno per ora, non esprimono una possibile alternativa di governo.
 
Probabilmente, lo stile "impersonale" del premier asseconda una stanchezza diffusa del Paese. Nel quale la maggioranza dei cittadini invoca l'avvento di un Uomo Forte. Ma solo perché in giro non se ne vede traccia. D'altronde, molti elettori sono stanchi di miracoli annunciati e di guerre - politiche - praticate.
 
E per quanto credano che il voto incomba, in fondo, lo temono. Perché vorrebbero affrontare le prossime elezioni con regole e soggetti che permettano di immaginare governi e parlamenti stabili. Ma nessuna alleanza, fra i principali partiti, raccoglie il consenso degli elettori. E senza alleanze - parlamentari - nessun governo appare possibile. Visto che non è immaginabile - anche in base ai risultati di questo sondaggio - che un partito, da solo, superi il 40% dei voti validi, come prevede l'attuale legge elettorale, per conquistare da solo la maggioranza dei seggi.
 
Così, 7 elettori su 10, prima di andare al voto, preferiscono attendere. Che si approvi una legge elettorale che garantisca una maggioranza comune alle due Camere. Solo nella base della Lega e del M5s la "voglia" di andare comunque al voto "subito" è più ampia. Ma non di troppo.
 
Così, è possibile che l'era del post-renzismo al tempo di Renzi possa durare più del previsto. Più di quanto vorrebbe lo stesso Renzi. Alla finestra, ma pronto a rientrare in gioco.

FONTE: repubblica.it


giovedì 2 febbraio 2017

In strada  –  Agenti a Roma
In un momento di grande allerta per la sicurezza nazionale l’organico della polizia è sotto del 15%, manca poco meno di un poliziotto su cinque. Ma non è sempre così. Ad Agrigento, Bologna, Lecce, Modena e Varese, per esempio, le Questure hanno più agenti di quelli previsti. Maggiori pericoli? Obiettivi sensibili? Macché, solo una legge non scritta. A illustrarla è il capo della polizia, Franco Gabrielli: “Il nostro Paese ha situazioni particolari. Per esempio, Varese è sopra organico. Come mai? Forse perché c’è stato un ministro dell’Interno”. Il riferimento è a Roberto Maroni, Lega Nord, oggi governatore lombardo, al Viminale con Berlusconi nel ‘94-‘95 e tra il 2008 e il 2011. “A Lecce – prosegue Gabrielli in audizione – sono sopra forse perché c’è stato un sottosegretario all’interno”. Alfredo Mantovano, ex An, tra il 2001 e il 2006 e tra il 2008 e il 2009. “Modena – dice ancora il capo della polizia – è sopra organico perché c’è il segretario generale del Siulp (Felice Romano, ndr). Sono cose che in questo Paese sono facilmente intellegibili”. Di Agrigento il capo della polizia non parla ma nella città di Angelino Alfano, leader Udc e ministro dell’Interno dal 2013 al dicembre 2016, ci sono 290 agenti contro i 260 previsti: più 12 %, esattamente come a Varese (229 contro 205), un po’ più di Lecce (351 contro 319, più 10%) e di Modena (254 contro 251, più 5%).
Non sono frasi carpite al bar o confidate da Gabrielli a un cronista. Il capo della polizia le ha pronunciate alla Camera dei Deputati, il 10 gennaio scorso, davanti alla Commissione parlamentare di inchiesta sulla sicurezza e il degrado delle città. Gabrielli è lì per fare il punto e spiega che nel 1989 la polizia aveva un organico di 117.200 unità, mentre oggi “siamo 99.630 con un decremento medio del 15%”. Aggiunge che la legge Madia ci ha messo del suo, abbassando l’organico a 106 mila. Tanto che “quando ci sono realtà con una scopertura del 5, del 4 o del 3 per cento è grasso che cola”. Essenziale capire dove sia finito, tanto più che oltre alle carenze d’organico incombe il problema dell’età degli agenti in servizio che mediamente hanno 48-51 anni: con il blocco del turnover – secondo stime che circolano al Viminale – nel 2030 si avrà il 40% di forze in meno. E allora addio, cara sicurezza.
Ad ascoltarlo ci sono venti deputati, di ogni colore politico, che non si scompongono. Neppure nel sentire perché alcune città fanno eccezione alla regola generale dei vuoti di organico e che, di fatto, politici e sindacalisti in Italia riescono a convogliare gli agenti nei propri feudi elettorali o sindacali. A scapito del diritto alla sicurezza di tutti i cittadini, specie di chi vive in realtà dove la cronica insufficienza di uomini e mezzi fa dilagare reati e criminalità. Come succede a Reggio Calabria (2.017 unità effettive a fronte delle 2.137 previste: meno 5,6%), Bari (1.117 unità effettive contro 1.298 previste: meno 13%), Catania (1.979 unità effettive contro 2.028 previste: meno 2%), Messina (921 unità a fronte delle 1.129 previste: meno 18%), Cagliari (904 unità effettive contro 1.245 previste: meno 27%). Ma le situazioni ritenute più gravi sono Caserta e Foggia, dove gli stessi organici del 1989 affrontano una criminalità che da allora è fortemente cambiata.
L’unica reazione, alla Camera, è del deputato Andrea De Maria (Pd) che chiede perché Bologna, la sua città, possa contare su un organico di 2.350 unità sulle 2.320 previste. Quando capisce si risponde da solo: “Noi abbiamo il ministro dell’Ambiente!”. È il bolognese Gian Luca Galletti (Udc), che poi tutto questo potere sul Viminale non l’ha mai avuto. Ma a intanto a Bologna, con tutti gli agenti al loro posto (e anche di più), i reati sono calati del 10%.
Facile individuare altri potenti in grado di spostare gli agenti. Maroni da ministro degli Interni nel 2008 elesse la sua Varese a laboratorio dei “patti per la sicurezza” del governo Berlusconi. I titoli della Prealpina e della Padania celebravano un calo del 9% dei reati. Per Lecce il nome è quello dell’ex sottosegretario del Viminale, Mantovano. Non è più in servizio dal 2013 e il trend dei reati ha ripreso a salire quell’anno (+5,9%).
Infine Modena. Ricorda Gabrielli che lì presta servizio dall’82 il segretario generale del Siulp, il potente sindacato di polizia che conta 26mila iscritti, circa il 30%. Cade dalla sedia Felice Romano: “Il capo della polizia ha detto davvero una cosa del genere? Non ci credo neanche se lo vedo”. Lo può leggere a pagina 56 dello stenografico di seduta. “Ma non siamo in soprannumero, siamo sotto di 300 unità”. Al Viminale hanno altri numeri.

FONTE: ilfattoquotidiano.it

sabato 21 gennaio 2017

Hotel Rigopiano, estratte altre 4 persone vive. Sale a 4 il bilancio delle vittime

Dal profilo Twitter del Soccorso Alpino e Speleologico © Ansa

Soccorsi senza sosta per individuare l'altra ventina di persone che ancora manca all'appello

I soccorritori hanno estratto viva una quarta persona dalle macerie dell'hotel Rigopiano. Si tratta di un uomo, che sarebbe ferito. Nel corso della notte sono state così salvate finora quattro persone, due donne e due uomini. Si tratta del gruppo delle cinque che erano ancora all'interno della struttura e che erano state individuate nella giornata di ieri. I soccorritori continuano a lavorare senza sosta per recuperare l'altra e individuare l'altra ventina di persone che ancora manca all'appello.

Sale anche il bilancio delle vittime: quattro, due donne e due uomini. I soccorritori hanno infatti trovato fra le macerie il corpo di una seconda donna, dopo quella individuata in precedenza.
Miracolo a Rigopiano: ci sono ancora superstiti sotto le macerie dell'hotel spazzato via da una slavina. Tre bambini sono stati estratti vivi dai vigili del Fuoco nel tardo pomeriggio dopo oltre 40 ore. Tra loro anche Ludovica Parete, figlia del cuoco, Giampiero, sopravvissuto fin dal primo momento alla tragedia e che aveva dato l'allarme inascoltato del crollo dell'albergo. Prima di loro erano stati salvati la moglie e l'altro figlio.

"Voglio i miei biscotti". Questa la prima richiesta di Ludovica, 6 anni, la figlia di Giampiero Parete, l'uomo di 38 anni che per primo ha lanciato l'allarme dall'hotel di Rigopiano. A riferire le parole della bambina è Quintino Marcella, amico e datore di lavoro di Giampiero, che ha parlato al telefono con lei.

 "Non ci credevamo più, non ci speravamo più" ha detto Adriana Parete ai soccorritori che l'hanno estratta viva dalle macerie insieme al figlio Gianfilippo.

FONTE: ansa.it

 

lunedì 16 gennaio 2017

Fmi taglia pil Italia, +0,7% in 2017

Il pil crescerà quest'anno dello 0,7%, 0,2 punti percentuali in meno rispetto alle stime di ottobre

Il Fmi lima le stime di crescita per l'Italia per il 2017 e il 2018. Il pil crescerà quest'anno dello 0,7%, 0,2 punti percentuali in meno rispetto alle stime di ottobre. Nel 2018 la crescita sarà dello 0,8%, 0,3 punti percentuali in meno rispetto alle precedenti stime. Lo afferma il Fmi aggiornando il World Economic Outlook. Nel 2016 l'economia italiana è cresciuta dello 0,9%.

L'ex premier Matteo Renzi ha fatto molte riforme strutturali ''molto importanti'' e positive per l'Italia, ma molto resta da fare. Lo afferma il capo economista del Fmi, Maurice Obstfeld, sottolineando che le riforme approvate vanno attuate.

Il Fmi conferma le stime di crescita mondiali per il 2016 e il 2017. Il pil globale crescera' quest'anno del 3,4%, per accelerare nel 2018 a +3,6%. Il Fmi rivede al rialzo le stime per le economie avanzate, che cresceranno quest'anno dell'1,9%, 0,1 punti percentuali in piu' rispetto alle stime precedenti, e nel 2018 del 2,0%, +0,2 punti percentuali.

Il Fmi rivede al rialzo le stime di crescita degli Stati Uniti e dell'Area euro nel 2017. L'economia americana si espandera' quest'anno del 2,3%, 0,1 punit percentuali in piu' rispetto alle stime di ottobre. Per il 2018 la crescita e' stimata a +2,5%, 0,4 punti percentuali in piu' rispetto alle previsioni precedenti. L'Area euro crescera' quest'anno dell'1,6%, +0,1 punti in piu' rispetto alle stime di ottobre. Invariata a +1,6% la crescita per il 2018.

L'economia inglese resiste alla Brexit. Il Fmi rivede al rialzo le stime di crescita della Gran Bretagna per il 2017, rivedendo al ribasso quelle per il 2018. La crescita inglese si attesterà quest'anno al +1,5%, 0,4 punti percentuali in più rispetto alle stime di ottobre, ma in rallentamento rispetto al +2,0% del 2016. Per il 2017 il pil inglese è previsto attestarsi al +1,4%, 0,3 punti percentuali in meno rispetto alle previsioni precedenti.

Il Fmi avverte: sulle politiche dell'amministrazione Donald Trump c'e' ancora incertezza e questo potrebbe pesare sulle stime di crescita. Nel caso gli stimoli all'economia, che il presidente eletto ha assicurato, si mostrassero piu' sostenuti delle attese, la crescita globale potrebbe accelerare. Rischi negativi sulla crescita potrebbero invece arrivare dal protezionismo.

FONTE: ansa.it