venerdì 6 giugno 2008

Cassazione: si configura il reato di stupro anche se la vittima é sessualmente spregiudicata

E' stupro anche se lei è "sessualmente spregiudicata" e offre un profilattico all'uomo che si accinge a violentarla. Lo mette nero su bianco la Cassazione sottolineando che "anche la donna violentata nella sua libertà sessuale può cercare di evitare ulteriori danni o pericoli" e, dunque, l'offerta del condom non è indice di un ok al rapporto ma può essere connesso "alla possibilità di gravidanze indesiderate o di malattie trasmissibili per via genitale". Inoltre, sottolinea ancora la Suprema Corte, nulla esclude che la donna che "abbia subito per violenza o minaccia un primo rapporto sessuale indesiderato acconsenta poi liberamente a ulteriori a rapporti con lo stesso uomo per motivi sentimentali o edonistici". Applicando questo principio, la terza sezione penale (sentenza 22719), ha reso definitiva la condanna per violenza sessuale (2 anni, 2 mesi e 20 giorni di reclusione con le generiche) nei confronti di Gabriele I., un 60enne della provincia di Macerata che nell'agosto del '97 aveva costretto la barista che lavorava con lui di 17 anni S. V. a congiungersi carnalmente con lui "con la minaccia che, in caso di rifiuto, non l'avrebbe più fatta lavorare" nel suo bar. La ragazza, ricostruisce ancora la sentenza, "un mercoledì di fine agosto del '97 era stata rimproverata" dal datore di lavoro "perché perdeva tempo nel bar ed era stata minacciata di licenziamento". Terminato l'orario di lavoro, mentre l'uomo la stava riaccompagnando a casa, la ragazza gli chiese cosa poteva fare per non essere licenziata e lui la minacciò: "O me la dai o ti mando via". S. V., spiega ancora la sentenza di Piazza Cavour, "sessualmente spregiudicata subì la minaccia e per il primo incontro si munì di preservativo. In seguito ebbe altri rapporti consenzienti con l'uomo che le aveva detto di amarla e che lei contraccambiava". La ragazza però in seguito lo denunciò per quel primo rapporto estorto e sia il gup del Tribunale di Macerata (ottobre '98) sia la Corte di appello di Ancona (gennaio 2007) condannarono Gabriele I. per il reato previsto dall'art 609 bis C.p. Inutilmente Gabriele I. si è rivolto alla Cassazione sostenendo contraddittorietà della motivazione laddove la sentenza aveva ritenuto che la ragazza era stata "vittima del ricatto sesso-bar-lavoro, e dall'altra aveva preso atto della sua personalità sessualmente spregiudicata". Inoltre il datore di lavoro si era difeso sostenendo ancora che era "logicamente poco credibile che il primo rapporto sessuale fosse stato coartato e gli altri frutto di innamoramento". La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso di Gabriele I. e ha sottolineato che "nessuna illogicità motivazionale o nessuna contraddizione è ravvisabile nella circostanza che una giovane sessualmente spregiudicata rimanga vittima del ricatto sesso-lavoro". Infatti, rimarca il relatore Pierluigi Onorato (presidente Claudio Vitalone) "anche una donna sessualmente spregiudicata può non gradire rapporti sessuali con il suo datore di lavoro, e può essere alla fine costretta a subirli per il timore di perdere il suo posto di lavoro". Quanto all'offerta del preservativo, la Suprema Corte tiene a precisare che "non vale ad escludere il dissenso della donna il fatto che offra un profilattico a l'uomo che si accinge a consumare il rapporto sessuale, posto che anche la donna violentata nella sua libertà sessuale può cercare di evitare ulteriori danni o pericoli". Infine, evidenziano ancora i supremi giudici, "nulla esclude che la donna che abbia subito per violenza o minaccia un primo rapporto sessuale indesiderato acconsenta poi liberamente a ulteriori rapporti con lo stesso uomo per i motivi più vari". Gli 'ermellini' tra questi segnalano motivi "sentimentali" o magari "edonistici". Per effetto dell'inammissibilità del ricorso Gabriele I. è stato condannato al pagamento delle spese processuali e a versare mille euro alla cassa delle ammende.

FONTE: rainews24.rai.it

Privacy: per il garante le password saranno piu' sicure con il riconoscimento vocale

Password piu' sicure con il riconoscimento vocale. Il Garante privacy ha autorizzato una multinazionale ad utilizzare un sistema di riconoscimento biometrico basato sul rilevamento delle impronte vocali dei propri dipendenti per gestire in maniera sicura e reimpostare automaticamente la password necessaria per accedere ai sistemi informatici. La societa', che dovra' informare i dipendenti sul trattamento dei dati biometrici e acquisirne il consenso, dovra' comunque garantire sistemi alternativi per cambiare le password. Il sistema di rilevamento biometrico, sottoposto alla verifica preliminare dell'Autorita', si basa sull'identificazione dell'utente attraverso l'elaborazione dell'impronta vocale, registrata e memorizzata su un server. Per la trasmissione dei dati e' previsto l'uso di una rete protetta. Gli utenti durante la cosiddetta fase di addestramento, ''parlano'' per telefono con il sistema pronunciando per quattro volte tre coppie di parole per rendere possibile la registrazione della voce. Le informazioni vocali cosi' raccolte vengono trasformate in un modello di riferimento digitale (''template'') che il sistema confronta con le parole pronunciate dall'utente che intende cambiare password. Una volta accertata l'identita' dell'utente, il sistema procede automaticamente ad impostare la parola chiave comunicandola al dipendente. Nell'ambito della verifica preliminare il Garante ha ritenuto (con un provvedimento di cui e' stato relatore Giuseppe Fortunato) che il sistema sottoposto alla sua attenzione sia in grado di garantire, per il rinnovo delle password d'accesso dei dipendenti ai servizi informatici, un elevato livello tecnologico di sicurezza, tenuto anche conto che l'impronta vocale, acquisita e codificata secondo il processo descritto, sarebbe impossibile da ''ricostruire'' e, quindi, inutilizzabile per altri scopi. L'Autorita' ha comunque prescritto alla societa' l'adozione di misure organizzative per prevenire eventuali rischi di utilizzo abusivo dei dati personali raccolti nella fase di addestramento. Infine, in caso di cessazione del rapporto di lavoro devono essere tempestivamente cancellati tutti i dati del dipendente.

FONTE: Asca