venerdì 11 luglio 2008

L'Fbi compie 100 anni

Da Al Capone all'11 settembre sul sito dell'agenzia la storia del crimine Usa

La mattina del 26 luglio del 1908, dieci agenti federali appena assunti si presentarono al Dipartimento di Giustizia di Washington. Nasceva così, cento anni fa, quella che sarebbe poi diventata l'Fbi. In quei primi tempi l'Agenzia Federale di Investigazioni si chiamava Boi, cioè Bureau of Investigation. E i suoi doveri non erano ben chiari: dopotutto un secolo fa gli Stati Uniti avevano un carattere molto più federalistico che non oggi, e nessuno vedeva di buon occhio un'agenzia anticrimine con base nella capitale, che fosse al di sopra dei singoli Stati. Ma il ministro della Giustizia che ne volle la nascita, Charles Bonaparte, aveva il totale sostegno del presidente, Theodore Roosevelt. I due uomini erano convinti che ci volesse un'autorità in grado di indagare e perseguire in modo veloce ed efficiente i criminali che attraversavano i confini statali per sottrarsi alla polizia locale. Il Boi cominciò proprio così: a caccia di criminali in fuga attraverso l'America. Ben presto, i dieci agenti diventarono 300. Oggi sono più di 30 mila e i loro compiti sono vastissimi, e includono oltre duecento diverse categorie di crimini. In occasione dell'anniversario dei suoi primi cento anni di vita, l'Fbi ha lanciato nel suo sito una rassegna dei grandi casi criminali che hanno elettrizzato l'opinione pubblica nel corso di un secolo, dal caso del boss mafioso Al Capone, a quello della coppia criminale Bonnie e Clyde, dall'attentato contro il jumbo della Pan Am nel 1988, a quello contro la sede degli uffici federali di Oklahoma City nel 1995 . Nella rassegna sono inclusi anche i grandi casi in difesa dei diritti civili, come quello contro il Ku Klux Klan nel 1924, e i più famosi esempi di lotta allo spionaggio, ad esempio il caso dei sette sabotatori nazisti del 1942. Tuttavia va notato che la rassegna glissa, o tace del tutto, sui fatti che invece di dare lustro all'Fbi gettano un'ombra oscura sul suo nome. Nel 1924 a dirigere il Boi venne chiamato il giovane John Edgar Hoover. Per 48 anni Hoover governò l'agenzia con pugno di ferro, registrando grandi successi ma anche abusando spesso dei suoi poteri. Fu sotto la sua guida che negli anni Trenta il Bureau fu impegnato in una lotta senza quartiere contro il crimine organizzato fiorito nel Paese in seguito al Proibizionismo. I cosiddetti anni della "guerra al crimine" portarono all'arresto e all'uccisione di assassini, rapinatori, gangsters come John Dillinger e Baby Face Nelson. Furono anche gli anni in cui il Boi divenne ufficialmente l'Fbi, e in cui i suoi uomini, soprannominati g-men, gli "uomini del governo" cominciarono a riscuotere l'ammirazione e la solidarietà anche dei federalisti più incalliti. Per meglio combattere la "guerra al crimine" Hoover volle l'apertura di un'Accademia che preparasse gli agenti al loro lavoro, e la creazione di un laboratorio scientifico che cominciò a raccogliere e catalogare impronte digitali, impronte di copertoni, armi e proiettili. Ma quelli furono anche gli anni in cui Hoover cominciò a usare l'Fbi per indagare su milioni di cittadini. All'inizio fu la paura di tutte le dittature - il nazismo, il fascismo, il comunismo - a spingerlo. Poi, alla fine della guerra, fu la paura dei "rossi" a dominare. E sotto i suoi controlli non caddero solo persone realmente sospette di "simpatie sovversive", ma anche innocui pacifisti, liberal, progressisti. L'incartamento più massiccio nelle mani di Hoover era nientedimento che quello aperto sulla first lady, Eleanor Roosevelt, le cui tendenze liberal gli sembravano pericolosissime. Negli anni Cinquanta, Hoover collaborò con convinzione alla "caccia alle streghe", le udienze volute dal senatore Joseph McCarthy contro cittadini americani sospettati di collaborare con il regime sovietico. E quando McCarthy fu finalmente esautorato, anche grazie a un'opinione pubblica stanca dei suoi sistemi intolleranti, Hoover continuò clandestinamente il programma "Cointelpro" (Counter Intelligence Program,) che usò per infiltrare associazioni a suo giudizio in odore di estremismo. Fra gli "estremisti" ci fu anche il reverendo Martin Luther King, il leader del movimento non-violento dei diritti civili. E più tardi, negli anni della Guerra in Vietnam, ci furono migliaia di dissidenti. Tutto ciò viene toccato solo di striscio nelle pagine dedicate a celebrare il primo secolo di vita dell'Agenzia Federale, così come sono a mala pena trattate le critiche piovute sia sull'Fbi che sulla Cia per la loro incapacità di fermare gli attentati dell'11 settembre 2001. Fra successi ed errori, l'Fbi è comunque diventata in questo secolo di vita uno dei nomi e dei marchi più noti al mondo. Film, libri, documentari, tv, l'hanno utilizzata a tutto spiano, spesso romanzandone il carattere e i compiti. Di recente, i portavoce dell'Fbi hanno protestato perché l'immaginazione degli scrittori può essere controproducente. Ad esempio, il Bureau si è lamentato per la descrizione inesatta della figura del "profiler" e del suo lavoro all'interno dell'Fbi. Nei serial tv come "Criminal Minds"o nei film tipo "Il Silenzio degli Innocenti" i profiler si trovano ad affrontare serial killer che rispondono quasi sempre a un unico stereotipo: sono individui solitari, intelligenti e incapaci di normali rapporti umani. Questo - ammonisce l'Fbi - è un disservizio alla comunità. I serial killer sono spesso persone all'apparenza normalissime, sostiene adesso il Bureau in un nuovo rapporto rilasciato proprio in occasione delle celebrazioni dei cento anni. Credere che siano persone speciali, e strane, impedisce alla gente di "registrare" comportamenti o fatti che potrebbero essere di aiuto nelle indagini. "E per le nostre indagini - ricorda il portavoce del Bureau - il primo e più importante elemento è la collaborazione di un pubblico attento e obiettivo".

FONTE: Anna Guaita (ilmessaggero.it)

Polizia Scientifica: nasce il Gid


La Polizia di Stato Italiana si arricchisce di un nuovo gruppo specializzato nell'identificazione

Si chiama Gid – Gruppo di identificazione dattiloscopica – il nuovo gruppo di poliziotti della Scientifica di Roma che permette di effettuare identificazioni sulle impronte digitali anche di notte. Grazie alla nuova unità operativa, composta da 16 operatori specializzati in dattiloscopia, sarà possibile quindi prendere le impronte alla persona fermata e verificare subito attraverso il sistema Afis (Automated Fingerprint Identification System) l’identità dell’individuo garantendo il servizio anche nelle ore notturne, cosa non possibile in precedenza. Il Gid, attivo da oggi 10 luglio, è nato all’interno della polizia scientifica per soddisfare l’esigenza degli operatori di Polizia di effettuare rilievi dattiloscopici, nelle diverse aree del territorio italiano, anche nelle ore notturne. L’obiettivo è quello di garantire ai cittadini una maggiore sicurezza e innalzare l’efficacia delle attività di controllo del territorio. Il Gid, organizzato nell’arco delle 24 ore, effettua rilievi delle impronte a supporto degli uffici centrali e periferici dell’intero territorio nazionale. Le richieste di riscontro dattiloscopico e l’esito degli accertamenti vengono poi trasmessi mediante un sistema elettronico realizzato ad hoc, utilizzando gli stessi terminali Afis che di notte saranno d'ora in poi collegati direttamente con il Gid.

FONTE: poliziadistato.it

Olimpiadi, ecco l'antidoping genetico

A partire da quest’anno nella lista delle sostanze e metodi proibiti entra anche il "Repoxygen", primo prodotto del doping genetico entrato nella storia dello sport

Atleti geneticamente modificati? L’antidoping si adegua. In vista delle Olimpiadi di Pechino, torna alla ribalta il doping con le sue nuove frontiere che procedono al passo con la scienza: il doping genetico. Uno studio del Centro Internazionale di Ingegneria genetica e Biotecnologie (Icgeb), commissionato dalla Wada (World Anti-doping Agency - Agenzia mondiale antidoping), cerca di giocare d’anticipo. Infatti, la Wada, a partire da quest’anno ha inserito nella lista delle sostanze e metodi proibiti anche gli inibitori della miostatina e gli agenti che ne modificano le funzioni, tra i quali il "Repoxygen", primo prodotto del doping genetico entrato nella storia dello sport. Per far fronte a questi nuovi scenari, la Wada ha deciso di finanziare la ricerca dei metodi che smascherino il doping genetico. L’Icgeb di Trieste, diretto da Mauro Giacca, si occupa da diversi anni della possibilità di indurre la formazione di nuovi vasi sanguigni nei pazienti con infarto o ischemia cardiaca cronica mediante terapia genica. Il laboratorio ha modificato un piccolo virus, chiamato Aav, in modo da utilizzarlo per veicolare una serie di geni che stimolano la formazione di nuovi capillari ed arterie. I risultati sugli animali sono molto brillanti: alcuni di questi geni hanno un potente effetto proangiogenetico e l’apporto di sangue che essi determinano è in grado di compensare o riparare i danni causati dall’infarto. Inaspettatamente, questa ricerca ha suscitato l’interesse della World Anti-Doping Agency (WADA) di Montreal (Canada), in quanto uno dei geni che ha effetto benefico nel cuore potrebbe essere anche inoculato nei muscoli scheletrici ed essere quindi utilizzato in maniera inappropriata dagli atleti a fini di doping. Il gene in questione è l’IGF-1, codifica per un fattore di crescita simile all’insulina, che esercita un potente effetto ipertrofizzante sulle cellule muscolari, sia cardiache sia scheletriche. In generale, c’è oggi molta preoccupazione che le medesime tecniche che sono usate dalla terapia genica per la cura di diverse malattie possano essere utilizzate per fini impropri, incluso il doping. La Wada ha quindi deciso di finanziare l’Icgeb con un grant di 420 mila dollari per lo sviluppo di test genetici o biochimici semplici in grado di svelare in maniera inequivocabile l’utilizzo del gene IGF-1 a fini di doping. Per questo progetto, Giacca coordinerà un network comprendente altri quattro laboratori italiani. Fanno parte di questo network Cecilia Gelfi, dell’Università di Milano per la parte di analisi proteomica, Giuseppe Pieraccini, dell’Università di Firenze per l’analisi delle proteine con la spettrometria di massa, e Giorgio Friso, del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) di Pisa per lo studio degli effetti di IGF-1 nelle cellule in coltura. L’obiettivo è proprio individuare i geni più adatti a questi scopi, riuscire a identificarli e isolarli dal resto del genoma, saperli introdurre nell’organismo mediante specifici vettori e monitorare il comportamento di tali vettori negli organi trattati. Le tecniche utilizzate nel doping genico sono le stesse che si usano in medicina per contrastare ad esempio l’ischemia cardiaca o l’infarto del miocardio. La terapia genica, che in campo medico vanta risultati promettenti, può infatti essere utilizzata sugli atleti per potenziarne l’apparato muscolare o per aumentarne il numero di globuli rossi. Ad esempio, il gene che produce l’eritropoietina e i fattori di crescita: anzichè somministrare all’atleta questa sostanza, si somministra un gene affinchè l’organismo stesso produca eritropoietina, che migliora la produzione di globuli rossi, l’afflusso di ossigeno e le prestazioni. Identificando i ’markers’, cioè quelle proteine o altre sostanze che evidenziano la presenza nell’organismo di quei vettori, sarà così possibile individuare gli atleti che abbiano fatto uso di ’doping genicò con un semplice esame del sangue o delle urine.

FONTE: lastampa.it