venerdì 25 luglio 2008

La Casta, ovvero.... il grande poltronificio dei Parchi

Trecento posti di nomina politica, 4 mila dipendenti e stipendi che difficilmente superano i 3000 euro

«Se n’è andato in Svizzera, che ci resti: è un ospite sgradito», tuonava Ferruccio Tomasi, presidente del Parco nazionale dello Stelvio, alla notizia del ritorno dell’orso nella zona. Mentre Gianfranco Cualbu, a capo del Parco dell’arcipelago della Maddalena, esternava «grande perplessità ed enorme preoccupazione» per lo smantellamento della base militare Usa con i sommergibili nucleari. Forse pensava anche a loro, il ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo, quando ha denunciato che «i parchi sono diventati un poltronificio». Perché Tomasi, maestro di sci e cacciatore ma soprattutto amico dell’altro ministro di Forza Italia Franco Frattini, occupa la poltrona pur senza un adeguato curriculum, come ammesso dalla stessa Lega in Parlamento. E Cualbu è un dirigente nuorese di An. Nominati entrambi da Altero Matteoli (An), quando era ministro dell’Ambiente. Tomasi è ancora in carica, Cualbu è stato cacciato al cambio di governo dal successore di Matteoli, Alfonso Pecoraro Scanio, lesto nello spoil system al contrario.

Costi e personale
I 23 parchi nazionali sono l’eccellenza di un sistema di oltre mille aree protette (zone marine, riserve naturali, parchi regionali) che comprende un Comune italiano su tre. Quanta gente ci lavora? Alle dipendenze degli enti di gestione ci sono 4 mila persone, in media 4 per ogni area protetta. Le strutture più grandi sono i parchi nazionali, dove lavorano in media 45 persone, 1 ogni 1400 ettari di territorio protetto. Nei parchi regionali gli impiegati scendono a 12, uno ogni 1000 ettari. In Spagna, la media è di 23 persone al lavoro in ogni parco, cifra che sale a 108 in quelli nazionali: un impiegato ogni 235 ettari. In ogni caso più che in Italia. Non si può dire che gli enti di gestione dei parchi siano elefantiaci. Prendiamo il Parco del Gran Sasso: ha un bilancio di circa 6 milioni di euro e 34 dipendenti (con la stabilizzazione dei precari raddoppieranno) per 160 mila ettari. Nella stessa regione, per esempio, l’Agenzia ambientale ha circa 400 dipendenti.
Né si può dire che le poltrone ai vertici di un ente parco siano cosparse d’oro. La struttura prevede un presidente e un direttore generale nominati sostanzialmente dal ministro dell’Ambiente, oltre a un consiglio direttivo di dodici componenti: due scelti dallo stesso ministro, uno da quello delle Risorse agricole, cinque dagli enti locali, due dalle associazioni ambientaliste, due da enti accademici. Gli stipendi: il presidente guadagna 1500 euro netti al mese, il direttore il doppio. Per i componenti del consiglio direttivo c’è un gettone di presenza per ogni riunione mensile: in genere varia da 30 a 65 euro, più rimborsi benzina. Al più, il presidente può concedersi l’autista. Qualche consulenza. La nomina di un revisore dei conti. Una certa discrezionalità nella gestione dei fondi e nei rimborsi spese. Poca roba: niente a che vedere con Asl o municipalizzate.

Gli appetiti
Eppure anche sugli enti parco si sono scatenati, negli ultimi anni, gli appetiti dei partiti. Che occupano presidenze, direzioni generali e consigli direttivi (complessivamente oltre 300 poltrone) con periodici e selvaggi spoil systems, piazzando esponenti locali ai quali non sono in grado di garantire un seggio in Parlamento o che vogliono premiare per decennali militanze. Se necessario, anche violando la legge che prevede specifiche compentenze per accedere a quelle cariche (in questo caso, segue puntuale il ricorso al Tar). Così, tra il 2001 e il 2006, si assiste a una conversione ambientalista di massa tra i dirigenti di An e Forza Italia, nominati dal ministro Matteoli ai vertici dei parchi: candidati trombati, portaborse, ex deputati, ex sindaci, semplici compagni di partito. Con casi di accanimento parossistico, come per il Parco del Cilento: il ministro per due volte aveva rimosso l’ambientalista Giuseppe Tarallo e per due volte era stato sconfessato dal Tar. E prolungati doppi incarichi: da quattro anni Gianfranco Giuliante guida il parco della Majella ed è presidente provinciale di An a L’Aquila. Poi, dopo le elezioni del 2006, altro ministro e altro giro di poltrone. Nonostante la breve permanenza dell’Unione al governo, Pecoraro Scanio ha fatto in tempo a «verdizzare» qualche ente. Al Parco dei Monti Sibillini - tra Marche e Umbria - ha piazzato prima come commissario l’ex parlamentare Sauro Turroni e poi come presidente Massimo Marcaccio, assessore provinciale. Entrambi dei Verdi (con qualche malumore della Margherita). Giuseppe Bonanno, fedelissimo di Pecoraro, è stato insediato al vertice del Parco della Maddalena, al posto dell’avvocato di An Cualbu, quello che difendeva la base Usa nell’arcipelago. «Stesso metodo, nomine clientelari - protesta il Pdci - con poltrone di consiglieri distribuite a Verdi, Rifondazione e Udeur». Al Pollino, Pecoraro Scanio ha nominato Domenico Pappaterra, socialista confluito nel Pd, ex deputato, consigliere e assessore regionale, sfortunato candidato al Senato nelle ultime elezioni. Al Circeo il suo vicecapo di gabinetto al ministero, Gaetano Benedetto. All’Apromonte il leader dei Verdi calabresi, Leo Autelitano.
Ma, si sa, il vento politico cambia. E la Prestigiacomo ha appena nominato il nuovo commissario del Parco del Gran Sasso. Si chiama Donato Morra e il ministro spiega in un comunicato di averlo scelto per la «vasta esperienza nelle tematiche ambientali del territorio abruzzese». Oltre a essere coordinatore provinciale di Alleanza Nazionale a Teramo.

FONTE: Giuseppe Salvaggiulo (lastampa.it)

Aurore Polari: risolto il mistero della loro origine

Lo straordinario fenomeno é dovuto alla riconnessione della magnetosfera terrestre

Finalmente è stato svelato il fenomeno da cui traggono la loro origine le aurore polari, ovvero i bellissimi archi di luce mozzafiato che splendono nei cieli dei circoli polari artici. Lo spettacolo sarebbe generato dalle tempeste magnetiche causate dalla riconnessione della magnetosfera terrestre, cioè la bolla magnetica che avvolge la Terra. La scoperta, che è stata fatta da un gruppo di ricercatori coordinato dall'università della California a Los Angeles, risolve un mistero lungamente irrisolto e dimostra per la prima volta che le aurore si possono prevedere.


di Alessandro Nanni

Calabria: nei suoi fondali presenti numerosi relitti che raccontano la storia......

Grandi battaglie - con naufragi, vittorie e sconfitte - sono state combattute nelle acque dei due mari, Jonio e Tirreno, che circondano la Calabria. Ed è nel silenzio degli abissi che dormono alcune centinaia di relitti attraverso i quali è possibile ricostruire la storia di numerosi scontri navali combattuti in diverse epoche. Per anni la Calabria è stata porto di approdo di navi e convogli che hanno caratterizzato la storia navale italiana e mondiale da epoche remote ed in particolare durante la seconda guerra mondiale. Molte navi raggiungevano le coste nord africane ma molte altre concludevano il loro viaggio inabissandosi nei fondali calabresi. Il luogo e la data della scomparsa, l'equipaggio, le modalità dell'affondamento ed il mistero della missione sono tutti quesiti che molto spesso restano senza risposta. E da questi interrogativi che nasce la ricerca di un esploratore e documentarista calabrese, Francesco Scavelli, che da dieci anni, consultando archivi nazionali ed internazionali delle Marine Militari, sta ricostruendo la storia, le rotte, e le modalità di affondamento dei relitti custoditi nel mare della Calabria ma non solo. "La nostra - racconta Scavelli - è ricerca che ancora continua. E' una passione che ci spinge a scendere nei fondali marini e ad individuare le navi che sono ormai nascoste tra spugne e coralli. Dalle nostre ricerche siamo riusciti ad individuare anche imbarcazioni della tarda Magna Grecia". A largo di Scilla, ad esempio, Scavelli e la sua equipe di ricercatori, sono state trovate due navi, una spagnola ed una inglese, che nei primi anni del 1800 si fronteggiarono in una dura e lunga battaglia. "Queste due navi - racconta l'esploratore calabrese - si fronteggiarono in una battaglia che le portò entrambe all'affondamento. Erano navi con 140 cannoni che ora si trovano negli abissi marini". Nei fondali calabresi ci sono navi da guerra spagnole, galeoni turchi. Molti sono anche i resti di imbarcazioni risalenti alla seconda guerra mondiale. La striscia d'acqua attorno alla Calabria, infatti, negli anni della seconda guerra mondiale si era trasformata in una rotta bellica. Per la precisione due, una verso i Balcani e l'altra verso l'Africa, entrambe passanti per lo stretto di Messina. In quella parte di mare si combatté la battaglia dei convogli che trasportavano spesso i rifornimenti alle truppe combattenti. Si tratta di navi inglesi, francesi, tedesche, italiane, greche e cipriote. Molte vennero colpite e scivolarono lentamente nei fondali. Al punto che una concentrazione così elevata di relitti bellici pare si trovi solo nelle acque che videro la battaglia di Pearl Harbour. I relitti della seconda guerra mondiale sono stati anche inseriti in un progetto, promosso l'anno scorso dall'allora assessore regionale al turismo della Calabria, Nicola Adamo, per realizzare delle visite guidate subacquee. "Attraverso i mari della Calabria - conclude Scavelli - è passato tutto il mondo. C'é una concentrazione di navi che ci fa capire come le rotte nelle acque calabresi avevano una importanza fondamentale per la navigazione internazionale. Nei giorni scorsi, intanto, ho avuto incarico dallo Stato Maggiore della Marina Militare e dal Ministero della Difesa per rintracciare una importante nave nelle acque del Mediterraneo. a settembre riusciremo a svelare anche quest'ultimo segreto". In questi sessant'anni le fiancate delle navi si sono ricoperte di colonie di spugne, coralli di varie specie. Pesci trovano le proprie tane negli anfratti. Di questi relitti solo una quarantina sono stati finora esplorati. Gli altri sono stati individuati, si conosce la loro localizzazione ma sono ancora da esplorare.

FONTE: Massimo Lapenda (ansa.it)