mercoledì 3 settembre 2008

Monogamia: scoperto il gene che la origina

Un gruppo di ricercatori svedesi del Department of Medical Epidemiology and Biostatistics, Karolinska Institutet, di Stoccolma, avrebbero scoperto il gene della monogamia. Sembra che una variazione in una regione del gene che codifica per il recettore della vasopressina possa stabilire se un uomo potrà essere un marito fedele o un dongiovanni impenitente. In precedenza, era stato già scoperto che la vasopressina, nel cervello dell’arvicola (topolino campagnolo) favorisce la monogamia ed era, quindi, stato associato al modo in cui il maschio si lega alla sua compagna. Ora Hasse Walum e colleghi lo avrebbero scoperto anche nell’uomo. Basandosi sui risultati e sulle analisi dei campioni genetici raccolti dal «Sweden’s Twin and Offspring Study», che ha coinvolto 2.186 individui adulti, i ricercatori hanno studiato le varie forme del gene che codifica per il recettore della vasopressina nel DNA di 552 persone, tutte eterosessuali , investigando anche sulla qualità della loro relazione. Hanno così scoperto, riferiscono su Proceedings of National Academy of Sciences (PLoS), che variazioni presenti in una zona del gene chiamata RS3 334 sono associate al modo in cui gli uomini si legano alle loro compagne. Gli uomini potevano avere una o due copie di RS3 334 o anche nessuna, ma era chiaro che più era alto il numero di copie dell’allele, più basso era il punteggio che misurava la qualità del suo legame di coppia. In particolare, hanno identificato e classificato geneticamente tre sequenze genetiche che affiancano il recettore della vasopressina - altre ricerche avevano già associato il DNA vicino al recettore al legame di coppia - ed hanno confrontato le correlazioni genetiche trovate con il punteggio conseguito dal donatore del materiale genetico sulla Partner Bonding Scale, un insieme di test standard che valutano la forza del legame che una persona ha con il proprio partner. È risultato che gli uomini con l’allele RS3 334 hanno un punteggio basso sulla Scala e mostravano di avere poca propensione al matrimonio, mentre, due copie dello stesso allele raddoppiavano la probabilità che gli uomini portatori della variazione avevano avuto una crisi coniugale negli ultimi anni. Quanto alle mogli, il grado di soddisfazione per il loro matrimonio era inversamente correlato alla presenza o alla mancanza, nei loro mariti, di RS3 334. Gli effetti di RS3 334 vanno oltre il legame di coppia. All’inizio di quest’anno è stato dimostrato che la stessa sezione genica influisce sulle vie di segnalazione dell’amigdala, legate al sentimento della fiducia, mentre un altro studio ha scoperto che le persone affette da autismo hanno spesso copie multiple di RS3 334. Malgrado i risultati siano stati considerati dai ricercatori ancora modesti, la ricerca - che va approfondita con ulteriori studi - è, comunque, importante in quanto dimostra che la rete neurale coinvolta nel comportamento di coppia nell’arvicola, potrebbe avere la stessa rilevanza anche negli uomini.

FONTE: lastampa.it

Vita allungata con lo studio

Una ricerca della Bocconi quantifica l’aspettativa di vita secondo il livello di istruzione: un laureato di 35 anni vive 7,6 anni più di un coetaneo con il solo diploma di scuola media

Più studi, più vivi. Una ricerca della Bocconi quantifica l’aspettativa di vita secondo il livello di istruzione: un laureato di 35 anni vive 7,6 anni più di un coetaneo con il solo diploma di scuola media In Italia, chi ha un titolo di studio basso, licenza elementare o media, vive meno di chi ha conseguito una licenza superiore o una laurea: mediamente da 7,6 a 5,5 anni in meno a seconda delle classi di età, se uomo, e da 6,5 a 5,3, se donna. La prima quantificazione a livello nazionale in termini di aspettativa di vita, sulla base dei dati forniti dal censimento Istat del 2001, è il frutto di una ricerca realizzata da Carlo Maccheroni, fellow del Centro «Carlo Dondena» di ricerca sulle dinamiche sociali della Bocconi e docente di demografia all’Università di Torino. Il titolo di studio è utilizzato da Maccheroni per individuare la classe sociale di appartenenza: «Sui grandi numeri, classe e livello d’istruzione si sovrappongono», spiega l’autore. «Questo è un punto universalmente accettato: il titolo di studio ha maggior validità di altri elementi, come ad esempio l’occupazione». L’Istat mette da anni in relazione livello di istruzione, e quindi classe sociale, con il livello di mortalità della popolazione italiana. Tuttavia, «questo è il primo studio quantitativo che ci dice quanti anni di vita dovremmo attenderci, in media, a seconda del nostro grado di istruzione». La disuguaglianza in apparenza più vistosa è nell’aspettativa di vita a 35 anni: un maschio poco colto ha davanti a sè in media 41,8 anni, -7,6 anni rispetto a un suo coetaneo più istruito (il 15,5% in meno). Ma è a 65 anni che tale differenza è più significativa: «Se infatti diminuisce in termini assoluti (-5,5 anni), aumenta in termini relativi fino a oltre il 25%: per questa classe di età, infatti, le aspettative di vita risultano rispettivamente di 16,1 e 21,6 anni a seconda del livello sociale. Cinque anni e mezzo significano un quarto di vita attesa in meno». Per le donne, invece, la differenza assoluta scende di poco più di un anno a seconda delle classi di età (da 6,5 a 5,3 anni tra le 35enni e le 65enni), mentre la differenza relativa sale dal -12% al -20,7%. «Le differenze di mortalità sottintendono differenze di salute e di condizioni di vita», aggiunge Carlo Maccheroni, «ma questi risultati fanno cogliere uno dei molteplici aspetti del valore dell’istruzione. Le disuguaglianze non sono infatti riconducibili solo a un differente bagaglio di conoscenze acquisite durante il percorso scolastico, che di per sè implica un’ovvia differenza retributiva che influenza la vita e la salute, ma si manifesta anche nella attitudine ad ampliare le proprie conoscenze in altri campi». Insomma, chi ha un grado di istruzione più elevato, ha anche più facilità a reperire e gestire conoscenze «che regolano positivamente i propri comportamenti riguardo a uno stile di vita salutare e a un più informato accesso alla medicina». Quantificare le disuguaglianze nella speranza di vita per classi sociali permette inoltre di mettere in evidenza due aspetti importanti per quanto riguarda la gestione del welfare. Il primo riguarda la riforma pensionistica: «Un sistema che basa il calcolo della pensione su dati medi di aspettativa di vita uguali per tutti, come è la riforma Dini, rischia di creare sperequazioni nel trattamento», spiega Maccheroni. Il secondo aspetto è altrettanto preoccupante e riguarda gli squilibri in atto nonostante il generale miglioramento delle condizioni sociali negli ultimi anni. «Le statistiche ci dicono infatti che la vita media è aumentata, tanto per gli uomini che per le donne. Ciò che questa ricerca evidenzia è che per gli strati sociali più bassi aumenta meno che per quelli più alti, un trend che si registra in altri paesi europei e che diventa via via più significativo. Ciò dimostra che le pol! itiche sociali varate dai governi negli ultimi decenni non sono ancora riuscite a incidere positivamente sulla situazione».

FONTE: lastampa.it