venerdì 5 settembre 2008

Tsunami: l'Italia rischia di essere colpita dal fenomeno naturale

IL MOVIMENTO DELLE FAGLIE CHE SI TROVANO SUL FONDO DEL MARE PROVOCA I MAREMOTI

I maremoti, o tsunami che dir si voglia, sono, nell’opinione comune, emergenze tipiche dei Paesi che si bagnano negli oceani Pacifico e Indiano. È ancora vivo il ricordo del 26 dicembre 2004, quando il terremoto sottomarino delle Andamane scatenò lo tsunami che avrebbe inghiottito in poche ore 232 mila asiatici, senza che scattasse alcuna emergenza. Ma una serie di nuove ricerche indica che anche il «Mare Nostrum» non sfugge a questi disastri ricorrenti. «Recenti ricerche storiche e di geologia dei depositi costieri, una nuova disciplina che consente di indagare gli episodi di tsunami di cui non si hanno evidenze storiche dirette, hanno accertato che in Italia se ne arrivano a verificare, di una certa rilevanza, cinque o sei per secolo — premette il professor Enzo Boschi, presidente dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv), i cui ricercatori hanno formato gruppi di studio per indagare l’origine e la dinamica di questi fenomeni —. Certo non si tratta di fenomeni così imponenti come quello del Sud Est asiatico, comunque capaci di provocare vittime e danni». «L’aspetto innovativo dei nostri studi — prosegue Boschi, che è stato riconfermato presidente dell’Ingv per tutto il 2008, dopo le voci che lo davano uscente a giugno scorso — consiste nell’identificazione, una per una, delle sorgenti sismiche in grado di scatenare i maremoti e nella localizzazione dei tratti delle nostre coste più a rischio». I dettagli vengono illustrati da un team composto da quattro geologi esperti in strutture sismogenetiche, Roberto Basili, Vanja Kastelic, Mara Tiberti e Gianluca Valensise, e da due fisici specializzati nello sviluppo di «scenari di maremoto» per mezzo di calcolatori: Stefano Lorito e Alessio Piatanesi. «Il punto di partenza sono le faglie poste sul fondo dei mari, quelle fratture della crosta terrestre i cui lembi possono scorrere improvvisamente, generando un terremoto e trasferendo alle acque soprastanti l’energia necessaria per provocare un maremoto — spiegano i ricercatori dell’Ingv —. Per ora, non ci occupiamo dei maremoti provocati da eruzioni vulcaniche o da frane, che sembrano costituire una minoranza, anche se non sono da trascurare». Un maremoto generato da faglie sottomarine comincia a essere pericoloso se il terremoto supera circa 6 gradi Richter di magnitudo. In questo caso la perturbazione che si trasferisce dal fondo marino alle acque soprastanti può arrivare fino a zone costiere lontane centinaia di chilometri con onde alte. Tre sono le più temibili «sorgenti tsunamigeniche » del Mediterraneo finora ben studiate. A est, tra Cefalonia e l’Isola di Creta, l’Arco Ellenico, epicentro di frequenti terremoti, che sembra detenere il record del terremoto storico più forte del Mediterraneo, 8,4 gradi Richter, avvenuto nel 365 dopo Cristo, e seguito da un violento maremoto che investì l’Italia Centro meridionale. A ovest, tra lo Stretto di Gibilterra e il Canale di Sicilia, la lunga catena sommersa dell’Atlante- Tell, anch’essa epicentro di ricorrenti sismi, che nel 2003 ha generato un terremoto di 6,8 Richter al largo della città algerina di Boumerdes, seguito da un maremoto giunto fino alle Isole Baleari. Nel Tirreno meridionale si trova la più modesta ma attivissima fascia sismogenetica Ustica-Eolie, responsabile nel 1823 di un sisma da 6 Richter, cui seguì un maremoto in varie località tirreniche. Gli scenari elaborati dall’Ingv mostrano che, per effetto delle sorgenti tsunamigeniche elleniche, ci sono circa 1.200 chilometri di coste italiane affacciate sullo Ionio e sul Canale di Sicilia, da Bari a Trapani, passando per Taranto, Catanzaro, Reggio Calabria, Catania, Siracusa e Agrigento, in cui l’onda di maremoto può superare il metro d’altezza. Le sorgenti nordafricane potrebbero generare maremoti fino a un metro di altezza sul versante meridionale della Sardegna, e più modeste altrove nelle coste tirreniche. I maggiori terremoti attesi nella fascia Ustica-Eolie possono generare tsunami di mezzo metro nel Palermitano e nel Messinese, oltre che nelle stesse isole a nord della Sicilia. Le altezze calcolate dai ricercatori si riferiscono, tuttavia, all’onda che si presenta davanti alla costa, e che è destinata ad amplificarsi notevolmente quando invade la terraferma. Gli stessi scenari evidenziano il problema più critico del rischio maremoti nel Mediterraneo: date le piccole dimensioni del bacino e le velocità medie di propagazione dell’onda di oltre 300 chilometri orari, in caso di allarme, ci sarebbero soltanto poche decine di minuti o meno per fare spostare la popolazione costiera verso l’entroterra. Come ci stiamo preparando a simili emergenze? «Innanzitutto sosteniamo con forza la realizzazione del programma di difesa dai maremoti del bacino mediterraneo gestito dall’Unesco, che si baserà sull’integrazione dei dati raccolti da reti sismiche e reti ondametriche di vari Paesi—risponde il professor Bernardo De Bernardinis, dirigente del Dipartimento di Protezione Civile —. Questo progetto, attualmente, ha come responsabile un italiano, il professor Stefano Tinti dell’Università di Bologna. Nel frattempo, poiché il fiore all’occhiello della rete sismica nazionale sviluppata dall’Ingv è la capacità di calcolare tempestivamente i parametri fondamentali di un terremoto, contiamo in una segnalazione immediata di quei sismi in grado di sollevare onde di maremoto, al fine di fare scattare l’allerta». Il modello d’intervento è stato già sperimentato in occasione dell’eruzione parossistica di Stromboli del 2002-03 quando, in seguito a crolli di materiali lavici dalla Sciara del Fuoco, si verificò un maremoto. Allora, temendo il ripetersi del fenomeno, la popolazione veniva invitata, tramite i sindaci e le forze dell’ordine, a spostarsi in luoghi di raccolta sicuri. Poiché una parte dei maremoti potrebbe essere generata da simili eruzioni vulcaniche e frane sottomarine, la Protezione Civile ha finanziato un progetto chiamato «Magic» che consiste in una mappatura dei fondali fino a 3.000 metri di profondità per individuare le potenziali sorgenti di rischio non sismiche.

FONTE: Franco Foresta Martin (corriere.it)

Spazio: Shuttle Atlantis pronto per missione su telescopio Hubble

E' sulla rampa di lancio del Kennedy Space Center di Cape Canaveral lo shuttle "Atlantis", pronto per la prossima missione dell'8 ottobre alla volta del telescopio spaziale Hubble per un'ultima messa a punto. Resta pero' l'incognita degli uragani: la tempesta Hanna dovrebbe evitare Cape Canaveral, ma ancora non si sa se arrivera' invece l'uragano Ike. La partenza di 'Atlantis' dara' inizio all'ultima missione nello spazio in programma prima del ''pensionamento'' del telescopio spaziale Hubble, in orbita dal 1990. Negli 11 giorni della missione verranno installate nuove apparecchiature fotografiche, uno spettrografo, batterie nuove e verranno riparati gli strumenti danneggiati. Dopo questi lavori di 'manutenzione' Hubble avra' altri 5 anni di vita. Anche per lo shuttle quella dell'8 ottobre sara' una delle ultime missioni. Per la navetta, ormai impiegata soltanto per i lavori alla Stazione Spaziale Internazionale (ISS), e' previsto il 'pensionamento' quando la stazione ISS sara' ultimata.

FONTE: corriere.it

Ford Fiesta: da Ottobre in vendita la settima generazione dell'utilitaria

La casa dell'Ovale Blu rinnova la sua compatta. Motori benzina e diesel a basso consumo. Nel mirino Fiat Punto, Peugeot 207, Opel Corsa, Peugeot 207 e Renault Clio

In origine era Verve. Si chiamava così il prototipo al salone di Francoforte sotto le cui spoglie si celava, ma neanche poi tanto, la nuova Fiesta l'ultima edizione della "piccola di Casa Ford. Mette da parte quel look tutto spigoli e zero emozioni della serie precedente e abbraccia il nuovo verbo del kinetic design che ha debuttato sull'ultima Mondeo. E come la sorella maggiore, la piccola dell'Ovale Blu sfoggia una carrozzeria aggressiva contraddistinta da parabrezza spiovente, quasi senza soluzione di continuità a formare un cuneo dalla linea di cintura alta. Così come è alta la coda. Quasi irriverente e decisamente sportivi. Di impatto il muso, con i gruppi ottici, due grandi occhi che arrivano fino a metà del parafango anteriore, e la grande presa d'aria. Lo specchietto è montato sulla porta, come la Punto: la sua rivale numero uno. Almeno in Italia. L'obiettivo è, infatti, ambizioso: creare il nuovo riferimento nel settore delle compatte, del segmento B, ovvero quelle vetture che una volta erano chiamate utilitarie, ma che ora, per livello costruttivo, dimensioni e prestazioni certo non sono più. Ford rilancia così la sfida alla Fiat, e alle altre compatte di Volkswagen, Renault e Peugeot con un modello innovativo che eredita una tradizione ultra trentennale. Fiesta è stata venduta in 12milioni di esemplare dal 1976, da quando debuttò la piccola a trazione anteriore di casa Ford, una vettura costruita appositamente per sfidare la 127 di Fiat. E la nuova Fiesta, così come quella di allora e quelle che sono arrivate in seguito, (quasi leggendaria la terza generazione del 1989) è costruita con uno schema classico. Motore anteriore trasversale e sospensioni anteriori MacPherson. Il nuovo modello non è cresciuto nelle dimensioni, anche se appare più alto e voluminoso. Gli ingegneri si sono concentrati sul contenimento della massa al fine di ridurre i consumi. Oltre il 55% della struttura della scocca è costituito da acciaio ad alta resistenza, il quale rende la nuova Fiesta circa il 10% più rigida in torsione rispetto alla versione precedente, offrendo agli occupanti una cella di sicurezza particolarmente rigida. La settima edizione di Fiesta sarà in vendita in Italia dal 18 ottobre in due gli allestimenti (Plus e Titanium) per un listino che parte da circa 11mila euro. La vettura è proposta con tre motori benzina Duratec a 16 valvole e due motori diesel Duratorq Tdci. Alla base vi è il noto a 1.2 a ciclo otto, declinato nelle potenze di 60 e 82 cavalli, e il 1.4 a benzina che monterà anche un cambio automatico. Per i diesel sono previste vecchie conoscenze ma messe a punto e calibrate per ridurre consumi e abbattere le emissioni. Si tratta, infatti, del 1.4 turbodiesel da 68 Cv e del 1.6 da 90 Cv. Il filtro antiparticolato è di serie. I motori a gasolio sono realizzati insieme a Psa (Peugeot Citroën). Il motore common rail, ribattezzato Econetic, da 1,6 litri emette solo soli 99 grammi per chilometro (g/km) pur mantenendo a detta della casa la medesima coppia del "vecchio" Duratorq Tdci di Ford da 1.6 litri; altra caratteristica di serie per la nuova Fiesta è la prevenzione dell'arresto del motore, progettata per agevolare le manovre a bassa velocità modificando il profilo di accensione del motore al fine di incrementare il valore di coppia disponibile e adattata a ciascun singolo sistema propulsore. Sul fronte della sicurezza spiccano sette airbag. Lo spazio di carico vede un portabagagli da 295 litri e vi sono zone portaoggetti nell'intero abitacolo, inclusi punti di ricarica per telefoni cellulari e lettori Mp3. Gli interni sono caratterizzati da una console centrale equipaggiata un sistema di intrattenimento ispirato ai telefoni cellulari con uno stile diverso rispetto ai tradizionali gruppi di comando. L'apertura e l'accensione del motore avvengono senza chiave. Fra gli optional ci sono i fari anteriori automatici, i tergicristalli automatici, l'interfaccia Hmi (Human machine interface) con schermo da 3.5 pollici e il cruise control.

FONTE: ilsole24ore.it

Sahara: le foreste potrebbero crescere con le nuove tecnologie

Al via il progetto Sahara Forest: portare l'acqua nel deserto utilizzando il mare e un sistema di pannelli solari che distillano l'acqua dolce dal sale

Ortaggi, fiori e persino piante ornamentali: possono crescere anche nel deserto, utilizzando l'acqua del mare, grazie a un'ingegneria ecologicamente sostenibile che sta studiando soluzioni veramente sorprendenti per combattere la siccità e l'emergenza idrica. Il deserto del Sahara è il più vasto di tutto il pianeta. Non esistono corsi d'acqua e l'idrografia è rappresentata semplicemente da una rete di valli disseccate e di fiumi, dove l'acqua scorre solo nel caso di piogge abbondanti. Eppure in questa parte del pianeta dove vivono gli uomini blu (i tuareg) si possono creare le condizioni per una sorta di foresta, dove esista il microclima adatto all'irrigazione e dove ci sia aria fresca e luce fotosinteticamente attiva per la crescita delle piante.

SERRE AD ACQUE MARINA - Progetti simili non sono nuovi (in passato sono stati giudicati irrealizzabili per vari motivi) e il concetto di base è stato ripreso dal Sahara Forest Project che abbina due tecnologie: i sistemi a concentrazione solare (Csp) e le serre ad acqua marina. I primi consentono di produrre grandi quantità di elettricità a basso costo, utilizzando solo la parte di energia proveniente direttamente dal sole. Le cosiddette seawater greenhouse (serra ad acqua marina), sviluppate dall'ingegnere Charlie Paton, usano invece il raffreddamento da evaporazione e in buona sostanza sfruttano l'acqua di mare per creare un sistema di raffreddamento basato su un processo di evaporazione e condensazione, indotto appunto da speciali collettori solari. Il prototipo di serra ad acqua marina può produrre fino a 100 litri di acqua fresca per ogni metro quadro di serra, sufficiente per irrigare la serra e una zona circostante più ampia. 

EDEN PROJECT - L'iniziativa, spiega il quotidiano britannnico Guardian, porta la firma di una squadra di architetti e ingegneri ambientali, tra cui appunto Charlie Paton, che hanno già costruito alcuni prototipi in Spagna, Oman e Emirati Arabi. Lo scopo è convertire vaste aree desertiche in terreni fertili e trovare una soluzione a quello che ormai chiamano l'oro blu, ovvero l'acqua. Inoltre molti degli esperti che hanno sviluppato il progetto del Sahara si erano già cimentati nel noto Eden Project a St.Austell, in Cornovaglia: una grande cava d'argilla dove, grazie a particolari tecniche, sono state trasportate tonnellate di terra e sono state piantate, a oggi, circa un milione di piante, ricostruendo in una specie di serre-bolle (chiamate Biomi) due differenti ambienti climatici. Secondo Neil Crumpton, studioso di energie, i governi dovrebbero investire molti soldi nell'energia solare e nelle tecnologie emergenti che si occupano di scarsità idrica, «evitando di farsi distrarre dalle lobby che promuovo il nucleare per la desalinizzazione dell'acqua (esistono speciali piattaforme che trattano l'acqua salata con reattori nucleari)». Il progetto verrà anche presentato nel corso dell'evento veneziano di settembre The Future of Science, in un intervento dello stesso Charlie Paton dal titolo: «Il Sahara Forest: una nuova fonte di acqua fresca, di cibo e di energia».

FONTE: Emanuela Di Pasqua (lastampa.it)

Miss maglietta bagnata: ad Alassio si sfidano le ragazze finaliste

Grande attesa per l'elezione della più bella ragazza che indosserà la t-shirt più sexy

Appuntamento oggi 5 settembre ad Alassio (Liguria), dove, durante una serata di gala, verrà eletta Miss Maglietta Bagnata 2008, ambitissimo e famosissimo concorso di bellezza tipico dell'estate. La vincitrice, scelta tra le ventiquattro agguerrite finaliste, tutte molto attraenti e sensuali, verrà incoronata dalla bellissima Aurora Nardozzi (nella foto)  eletta nella passata edizione del concorso di bellezza. 










FONTE: lastampa.it