lunedì 22 settembre 2008

Alghe: in arrivo una varietà che si illumina

Riuscirà a produrre idrogeno e biodiesel

Realizzata nei laboratori di Biotecnologie dell’Enea una nuova varietà della microalga «Chlamydomonas» che può illuminarsi e spegnersi, grazie all’aggiunta di sali al mezzo di coltura. Con queste microalghe si potrà ridurre l’effetto serra e produrre idrogeno e biodiesel. I ricercatori dell’Enea hanno trasferito in questa alga di acqua dolce, che diversamente da altre alghe marine non ha luminescenza propria, il gene della luciferasi, che rende luminescente la “renella”, un’alga conosciuta come viola marina. «Questo gene -spiega l’Enea- viene attivato da una sorta di “interruttore genetico”, detto promotore, ottenuto con l’aggiunta di un sale comune al mezzo di coltura. Per far “spegnere” l’alga, si aggiunge invece un secondo sale antagonista che funge proprio come un interruttore della luce. La quantità di sali necessaria è bassissima, e quindi il costo è compatibile con grossi impianti di coltura». Queste microalghe convertono l’energia solare con un’efficienza molto più alta delle piante terrestri e sono in grado di “fissare” la CO2 proveniente dagli impianti industriali, contribuendo ad una mitigazione dell’effetto serra e producendo biocombustibili innovativi: biodiesel e idrogeno. «Questa scoperta - sottolinea l’Ente di ricerca guidato da Luigi Paganetto - apre nuove prospettive nel campo delle energie rinnovabili, ed in particolare per la produzione di biocarburanti da microalghe coltivate su terreni di scarso valore agricolo, senza ripercussioni sul mercato dei prodotti alimentari». Il lavoro di ricerca sulle microalghe «Chlamydomonas» è stato condotto dal Gruppo guidato da Giovanni Giuliano dell’Enea ed i risultati dello studio sono stati pubblicati da «Plos One», rivista “open access” della Public Library of Science. La ricerca è finanziata del Ministero per l’Università e la Ricerca nell’ambito del progetto «Produzione Biologica di Idrogeno».

FONTE: lastampa.it

Egitto: rapiti 5 turisti italiani

Catturati ad Assuan, insieme a 5 tedeschi e un rumeno

Turisti di nuovo sottotiro in Egitto. Un gruppo di 5 italiani, 5 tedeschi, un rumeno, accompagnati da quattro guide egiziane e' stato rapito ad Assuan, antica localita' archeologica nel sud del Paese, e sarebbero stati portati in Sudan. Le notizie sono arrivate in ordine sparso in mattinata dopo che voci non confermate parlavano della presenza di italiani, probabilmente tutti torinesi, sequestrati nel Paese nordafricano. La Farnesina ha confermato il rapimento dei connazionali ma ha anche chiesto uno "stretto riserbo" sull'avvenimento. Poco dopo il ministero del Turismo egiziano ha confermato i 15 rapiti di cui 11 stranieri. Non e' chiara invece la presenza, nel gruppo di turisti, di due israeliani. A renderlo noto e' stata inizialmente l'ambasciata di Egitto in Israele, notizia successivamente smentita da Il Cairo. Secondo fonti della sicurezza egiziana i rapiti sarebbero stati portati in Sudan mentre la Tv di Stato nazionale ha reso noto che i rapitori, mascherati, avrebbero chiesto un riscatto. In una nota La Farnesina ha fatto anche sapere che il ministro degli esteri, Franco Frattini, e' in stretto contatto con l'unita' di crisi per seguire gli sviluppi. Era tempo che non si verificavano episodi ai danni dei turisti in Egitto. Nel 2004 e 2006 si erano registrati una serie di attentati nella penisola del Sinai. Piu' lontano nel tempo il famoso attentato di Luxor nel 1997 dove 58 persone erano state uccise da uomini armati che aveva aperto il fuoco sui turisti stranieri in prossimita' della zona archelogica.

FONTE: agi.it

Cervello: con la stanza profumata sogni più belli

Dormire in una stanza profumata, regala notti tranquille e sogni piu' belli. E' la conlcusione di una ricerca tedesca che ha analizzato le influenze rispetttivamente di profumi piacevoli e di profumi sgradevoli, sui sogni di un gruppo di volontari. Coloro che notte dopo notte dormivano avvolti da profumi piacevoli come quello di rosa, al mattino raccontavano di sogni che dal punto di vista emotivo erano belli e positivi. Al contrario, chi nottetempo aveva respirato odori sgradevoli, come quello di uova marce, riferiva sensazioni e sogni negativi. E' la prima volta che si studia l'impatto della funzione olfattiva sui sogni e secondo gli autori, quanto e' stato scoperto, potrebbe aprire la strada all'utilizzo dei profumi sul fronte terapeutico. Lo studio e' stato presentato al Meeting Annuale dell'Accademia Americana di Otorinolaringoiatria di Chicago.



FONTE: corriere.it

Valdobbiadene: successo per l'Osteria senza oste

Trovata di un imprenditore di Valdobbiadene per mettere alla prova gli onesti

«Di qua, di là del Piave ci sta un’osteria. Là c’è da bere e da mangiare e un buon letto da riposar», cantavano gli alpini durante la Grande guerra. C’è ancora. C’è anche da bere e da mangiare. Manca solo il letto. Soprattutto manca l’oste. Non è morto, non l’ha ammazzato nessuno. Semplicemente non c’è mai stato. Infatti si chiama proprio così: Osteria senza oste. Un monumento all’illimitata fiducia nella lealtà umana. Entri, ti servi e te ne vai, non prima d’aver depositato i soldi del conto (che devi farti da solo) in una cassettina di legno a forma di casa, munita di un piccolo lucchetto, sul cui tetto il falegname ha inciso questa sentenza: «L’onestà lascia il segno». È un’osteria unica al mondo. E da tutto il mondo, non solo dall’Europa, vengono per vederla, come attestano i dieci libri allineati nella madia, zeppi di dediche entusiastiche di gente arrivata col passaparola dagli Stati Uniti, dal Canada, dal Giappone, persino dalla Namibia e dal Porto Rico. Si trova appena oltre la linea del Piave, sulla sommità del colle di Cartizze che 90 anni fa pullulava di cannoni austriaci: dove c’erano le trincee, oggi crescono le vigne. Ma rintracciarla non è facile, bisogna cercare con pazienza. Avete presente una caccia al tesoro? Ecco. Da Valdobbiadene, provincia di Treviso, si va verso Santo Stefano. A un certo punto, sulla destra, un’edicola votiva e la freccia della cantina Col Vetoraz. Si prende la strada sterrata. S’infila l’auto tra i filari di viti. Poi, a piedi, su per una brevissima capezzagna preceduta da una freccia segnaletica con un punto interrogativo, «perché arrivano qui dopo aver girato a vuoto due-tre ore domandandosi indove casso che l’è», ride il padrone di casa. Il cartello dice: «Proprietà privata. Libero accesso consentito agli amici e alle persone munite di buon senso, rispetto e responsabilità». Firmato: «L’oste che non c’è». A dir la verità l’innominato che ogni giorno porta fin quassù le vettovaglie, di nomi ne avrebbe fin troppi: Aribert Norbert Bernhard Ellemann. È un ex domatore tedesco di 69 anni che ha lavorato per il Circo Americano, per quello di Berlino e per Moira Orfei. Fu l’ultimo a lasciare Bagdad con tigri e leoni dopo la caduta di Saddam Hussein. Ma lui è solo l’uomo di fatica dell’oste che non c’è, un fantasma che d’inverno accende il fuoco nel camino, che deposita ogni giorno la soppressa col cuore di lardo, i formaggi delle malghe Barbarìa e Cesèn e della latteria Perenzin fatto senza il caglio come nel Medioevo, il pane cotto nel forno a legna, i bibanesi all’olio d’oliva modellati a mano, gli zaletti, i Prosecchi delle cantine Col Vetoraz, Sancòl, Bisiol, La Tordera, Ca’ Salina, Bortolomiol. Prezzi più che modici: un intero salame a 6 euro, le uova sode a 50 centesimi. Oggi ho avuto fortuna: a guidarmi c’è lui, l’oste che non c’è. «Qualche volta faccio portare le patate lesse, ovi duri e un filo d’olio: la gente va via di testa, non è che ci voglia chissaché per mangiar bene». Si chiama Cesare De Stefani, ha 47 anni, una bella moglie, due figli. Abita nella frazione di Guia. È un imprenditore dedito all’arte di famiglia, titolare col fratello Giacomo di un rinomato salumificio che porta il loro cognome e che produce fra l’altro i Giacomini, filetti di maiale affumicato finiti nello zaino di Ranieri Gorza, alpinista bellunese di Lamon, durante la scalata all’Ururu Peak (5.895 metri), la vetta del Kilimanjaro, la più alta montagna d’Africa. Il padre Giuseppe e la madre Bernardetta, macellai, misero Cesare a bottega alla fine della terza media perché mostrava poca voglia di studiare, «bocciato due volte, lo Stato avrebbe dovuto farmi pagare la tassa d’occupazione del suolo pubblico, considerato che i banchi di scuola sono di tutti», non si assolve. Ma l’ingegno era brillante: oggi possiede anche la cantina Sancòl, che imbottiglia Prosecco e Cartizze.

FONTE: ilgiornale.it