giovedì 19 marzo 2009

L'encomiabile impegno della Polizia di Stato nelle missioni estere....

La storia, l’esperienza umana e professionale di chi è impegnato nelle missioni all’estero. Un contributo di aiuto e sacrificio che dura da dieci anni

I militari del contingente internazionale ci avevano avvertito che qui in Kosovo le armi in mano alla popolazione erano ancora tantissime, così, per festeggiare il nuovo millennio, ci barricammo letteralmente in casa passando il nastro adesivo sui vetri delle finestre per evitare che le schegge ci investissero. Durante il conto alla rovescia per la mezzanotte pensavamo ai nostri cari e ai fuochi artificiali che avremmo visto dalle nostre case e piazze in Italia. E anche lì i fuochi ci furono, eccome! Pistole, Kalashnikov, granate ed artiglieria leggera. Riuscimmo comunque a brindare al nuovo anno, anche se al buio e sdraiati sul pavimento della cucina pensando ai parenti, agli amici e a Marco che quell’anno ci aveva lasciati». Così ricorda il capodanno del 2000 Victor, ispettore capo in servizio a Pec in Kosovo, uno dei tanti poliziotti impegnati nei Balcani nella missione di peacekeeping dell’Onu. Peacekeeping, letteralmente “mantenimento della pace”. Una parola che negli ultimi vent’anni è entrata nel nostro lessico comune. Una parola semplice ma che, allo stesso tempo, racchiude in sé innumerevoli concetti, come aiuto, ricostruzione, ritorno ad una normalità sconvolta dai conflitti. Ed il 1999 l’anno chiave in cui le Nazioni Unite decisero di inviare, al fianco della missione Nato denominata Kfor (Kosovo force), un contingente di pace per ristabilire quella già difficile “normalità” sconvolta dalla guerra: i baschi blu dell’Unmik (United nations interim administration mission in Kosovo), un vero e proprio esercito composto da uomini e donne di decine di nazioni con uno scopo comune, portare la pace ed aiutare nella ricostruzione di un’area totalmente devastata. 
Il contributo della polizia- Anche l’Italia fu chiamata a dare il suo contributo con un proprio contingente, all’interno del quale, per la prima volta, venne inserita anche la Polizia di Stato. Una missione che oggi, a dieci anni dalla sua istituzione, vede ancora attivi i “baschi blu” con la divisa della nostra polizia nella zona balcanica ed anche in Palestina, con la missione Eu Copps, nella zona di Ramallah in supporto alla polizia dell’Autorità nazionale palestinese. Un totale a oggi di 32 poliziotti (318 a rotazione dal ’99), che operano sotto l’egida dell’Onu (missione Unmik) e dell’Ue (missioni Eulex, Eupm, Eupol Proxima, Eu Copps) in aiuto (e spesso in sostituzione) delle autorità locali. Infatti l’invio di personale all’estero è previsto sia per “aiuto”, ossia per il rafforzamento delle polizie locali attraverso il sistema dei “consiglieri” (esperti in specifici settori, come nel caso della Palestina) in ausilio per arrivare a ristabilire la normalità, sia per “sostituzione”. In questo ultimo caso, di fatto, i componenti della forza di polizia della missione agiscono come unica forza presente sul territorio che, via via, prima sostituisce, in seguito aiuta, fino a lasciare il campo alle forze locali, una volta che la ricostituzione di queste ultime raggiunge l’obiettivo (come nel caso delle missioni Unmik ed Eulex in Kosovo). Vista la delicatezza dell’attività da svolgere, per operare in terra straniera a strettissimo contatto con personale di altre polizie (portatore non solo di esperienze umane diverse, ma anche e soprattutto di metodologie lavorative spesso opposte alle nostre) sono necessari requisiti di eccellenza. Le missioni sono promosse da organismi internazionali (Onu ed Ue) che effettuano quelle che in gergo tecnico vengono definite call (chiamate). La particolarità è che queste call non riguardano interi contingenti inquadrati, bensì posizioni specifiche da ricoprire. Si entra così nel campo delle “no rank mission”, ossia missioni in cui il grado ricoperto nell’amministrazione di appartenenza spesso non corrisponde alle funzioni da ricoprire in base alla call. Può così capitare che un ispettore rivesta il ruolo di vertice nella della polizia di frontiera o che un assistente capo sia al vertice delle operazioni all’aeroporto di Pristina. «Si è così lontani da casa e così responsabilizzati che è necessario che ci siano i requisiti necessari», dice Maurizio Piccolotti, il dirigente del I Reparto mobile di Roma, presso il quale confluiscono e sono poi inquadrati tutti i poliziotti che, alla fine dell’iter addestrativo, vengono inviati nei teatri in cui opereranno.
Perdite, ma anche risultati encomiabili - Dieci anni di missioni internazionali che, purtroppo, hanno visto anche dei caduti nel nostro contingente, come Marco Gavino, l’agente scelto morto il 12 novembre del 1999 in un incidente aereo mentre tornava da una licenza in Italia. Bisogna mettere in conto anche questo, purtroppo. E Marco, prima di partire, lo sapeva, così come lo sapeva anche Francesco Niutta, il sovrintendente che il 20 novembre del 2003, a causa delle condizioni precarie del manto stradale, ha perso la vita sulla via che lo portava a Sarajevo cadendo, con il suo fuoristrada, da un cavalcavia. Ma questo decennio ha portato anche importanti riconoscimenti da parte della comunità internazionale nei confronti dei singoli e di tutta la polizia, culminati con la medaglia di bronzo dell’ Onu “Al servizio della pace” per i particolari risultati ottenuti dall’inizio della missione (agosto 1999), di cui è stata insignita la bandiera della Polizia di Stato il 23 febbraio del 2002. Prima occasione in cui le Nazioni Unite hanno attribuito questo importante riconoscimento ad una forza di polizia e prima decorazione ottenuta per operazioni al di fuori del territorio nazionale per la Polizia di Stato.

FONTE: Cristiano Morabito (Polizia Moderna)

N.B.: l'intero articolo è consultabile sul sito     www.poliziamoderna.it