venerdì 3 aprile 2009

Italiani scoprono un gene "scudo" contro le metastasi

Uno studio dell'università di Padova e Modena

Si chiama p63 il gene capace di funzionare da “baluardo” contro la diffusione metastatica delle cellule tumorali. È il risultato di uno studio italiano pubblicato su “Cell”, condotto dai gruppi guidati da Stefano Piccolo, docente del Dipartimento di biotecnologie mediche dell’università di Padova, e Silvio Bicciato (ex ricercatore dell’ateneo patavino) del Dipartimento di scienze biomediche dell’università di Modena e Reggio Emilia.  Il processo metastatico - attraverso cui una cellula lascia il tumore primario, entra nel sistema circolatorio per disseminarsi in altri organi, ricordano gli esperti - è la principale causa di morte oncologica. Come ogni processo biologico, anche la metastasi dipende dalla coordinata accensione e spegnimento di decine, forse centinaia, di geni. Questo programma non viene inventato dalle cellule tumorali, ma fa parte del normale repertorio delle cellule embrionali che, normalmente durante la costruzione degli organi, sono stimolate a migrare da speciali segnali ormonali. Le cellule tumorali metastatiche hanno semplicemente risvegliato questo “programma”. Fino ad ora si pensava che questo recupero di capacità embrionali fosse un “superpotere” ad appannaggio di pochissime cellule nel tumore primario. Lo studio padovano segna invece una svolta: i ricercatori padovani hanno scoperto che alterazioni genetiche comuni a molti tumori umani, se combinate definiscono una propensione a un comportamento metastatico già in stadi precoci della malattia. Questo significa individuare fin da subito un tipo di tumore da trattare in modo più aggressivo attraverso chirurgia o altre terapie. In particolare, i ricercatori hanno compreso come gli stimoli oncogenici erodono e progressivamente indeboliscono le proprietà antimetastasi di p63. «Questa è una proteina nota per svolgere un ruolo importante nelle cellule staminali di molti organi - spiega Piccolo - Se p63 è persa da una cellula normale, ciò non causa alcun danno, perché senza p63 quella cellula muore. Ma se p63 è persa da una cellula staminale tumorale, ovvero da una cellula potenzialmente immortale, allora si apre la porta a un suo comportamento “asociale”, alla possibilità cioè di un suo spostamento e alla conseguente metastasi».  Secondo questa visione, la metastasi sarebbe quindi un “sottoprodotto” delle forze operanti per favorire la crescita del tumore primario. Una combinazione di geni mutanti, ma non altre, quasi incidentalmente definirebbe un tipo tumorale pronto per la metastasi. Ma come individuare le neoplasie che partono con il “piede sbagliato”? Per rispondere a questa domanda il gruppo guidato di Bicciato ha individuato dei geni “indicatori” capaci di rivelare la presenza o meno del gene antimetastasi p63. «L’utilizzo clinico di queste nuove “spie molecolari” - sottolinea lo scienziato - permetterà all’oncologo la scelta della cura migliore, più personalizzata, ovvero quella che meglio si adatta alle forze genetiche che guidano l’avanzamento della malattia in un determinato paziente». Soddisfatto il preside della Facoltà di medicina e chirurgia, Giorgio Palù. «Questo risultato - puntualizza - dà ancora una volta la misura di come la medicina a Padova continui a porsi tra le eccellenze in ambito internazionale, grazie anche a una Facoltà medica che si è posta come principio fondante l’interazione tra scienza di base e scienza clinica. Analisi di questo tipo», prevede, potrà portare a «nuove terapie personalizzate che riconoscano p63 come bersaglio molecolare di una nuova classe di inibitori, creando così nuovi farmaci intelligenti».  Lo studio è stato possibile anche grazie al contributo dell’Associazione italiana ricerca sul cancro (Airc) e della Fondazione Cassa di risparmio di Padova e Rovigo, che ha individuato in Piccolo e Bicciato i primi destinatari dei progetti di eccellenza avviati nel 2007. «Questo studio di eccellenza attesta una volta di più l’affidabilità della “strategia” Airc nel finanziare progetti innovativi con possibilità di impatto per i pazienti oncologici, e la cui fattibilità è garantita sia dai risultati preliminari che dal profilo scientifico del proponente», commenta Maria Ines Colnaghi, direttore scientifico di Airc. «Gli straordinari risultati ottenuti da questo progetto - conclude il presidente della Fondazione Cassa di risparmio di Padova e Rovigo, Antonio Finotti - ci spingono a perseguire nel sostegno alla ricerca scientifica, soprattutto attraverso lo strumento dei bandi che, mettendo in competizione professionisti e progetti di alto livello, stimolano la qualità dei risultati». 

FONTE: lastampa.it