venerdì 17 aprile 2009

Scienziati Usa identificano la proteina della longevità

Identificata la proteina della longevità. Questa consente alle cellule di rimanere in vita in carenza di ossigeno e, oltre a svolgere un importante ruolo nel determinare la longevità, contribuisce alla resistenza alle malattie nella terza età. Almeno questo è quanto emerso da uno studio condotto da un gruppo di ricercatori dell’Università di Washington e pubblicato sulla rivista “Science”.  La reazione protettiva delle cellule in condizioni di scarsità di ossigeno, denominata “risposta Ipossica”, è stata studiata approfonditamente in un verme nematode. È stato così possibile scoprire che la cavia è in grado di vivere più a lungo se il suo corredo genetico permette alle cellule di avviare la “risposta ipossica” anche in condizioni di ossigenazione normali. Inoltre, non solo il verme vive più a lungo, ma è anche relativamente meno esposto all’accumulo di proteine tossiche che potrebbe verificarsi quando invecchia. L’aggregazione di proteine tossiche viene riscontrata anche negli esseri umani, nel cervello di persone affette dalla malattia di Alzheimer o dalla Corea di Huntington e in numerose altre patologie degenerative che colpiscono in particolare nella vecchiaia. Per questo motivo, la definizione dei meccanismi cellulari in grado di prevenire l’accumulo di tali proteine in un organismo semplice può consentire di individuare, anche nel caso dell’essere umano, nuovi bersagli terapeutici per patologie devastanti. La scoperta è stata possibile grazie all’analisi dei meccanismi con i quali la restrizione dietetica è in grado di rallentare l’invecchiamento dei vermi nematodi, come già dimostrato in molte altre specie quali le mosche o i topi.  Lo stesso gruppo di ricerca aveva dimostrato in passato una correlazione inversa tra la restrizione calorica e l’aggregazione di proteine tossiche proprio nel nematode. Tuttavia, gli esperimenti di genetica hanno mostrato che la “risposta ipossica” è correlata alla longevità secondo meccanismi fisiologici differenti i sia rispetto alla restrizione dietetica sia rispetto alla risposta insulinica.  «Resta in piedi l’ipotesi - hanno commentato i ricercatori - che i meccanismi che ora vediamo come distinti possano rivelarsi il frutto di un unico processo fisiologico più profondo, ma per questo dobbiamo attendere i risultati degli studi futuri».  Il fattore chiave che controlla la risposta ipossica è denominato “HIF”, a sua volta regolato da una proteina nota come “VHL-1”, che “etichetta” le “HIF” che devono essere distrutte dai meccanismi cellulari. Questo sistema mantiene spento il processo della “risposta ipossica” in condizioni normali. Ibridando questi vermi con quelli incapaci di produrre la “VHL-1”, i ricercatori sono riusciti a indurre la persistenza dell’HIF anche in presenza di sufficienti livelli di ossigeno, constatando come questa condizione determinasse una sopravvivenza maggiore del 30 per cento rispetto al normale.  Gli autori sperano ora di poter estendere le loro conclusioni dai nematodi all’uomo con lo scopo di poter in futuro rallentare l’invecchiamento anche nell’essere umano. 

FONTE: lastampa.it