sabato 16 maggio 2009

Sul tappeto volante firmato Renzo Piano


Chicago, un nuovo museo sognando le Olimpiadi del 2016

Ottomilacinquecento disegni per venticinquemila metri quadri e trecento milioni di dollari. Dopo dieci anni la Modern Wing dell’Art Institute di Chicago firmata da Renzo Piano apre al pubblico. È l’evento della stagione, programmato e atteso nel mondo dell’arte e non solo. Galleristi newyorchesi e artisti si sono ritrovati per questo appuntamento. Anche il riservatissimo Elsworth Kelly ha accolto l'invito. La sua scultura White Curve è l’unica a ornare il Pitzker garden del museo, uno spazio Zen più che un giardino occidentale.  Chicago è in festa. Il suo museo con la collezione più importante d’America, dopo il Metropolitan di New York, ha finalmente inaugurato la nuova ala dedicata all’arte moderna, europea , contemporanea, ai disegni, all’architettura, alle foto e ai video.  Ogni ora sono programmati eventi, giri speciali per collezionisti, soci dell’Art Institute, curatori arrivati da ogni parte degli Stati Uniti. Il motivo di tutta questa euforia è l’ultima opera di Renzo Piano. Gli edifici progettati da lui piuttosto che provocare rassicurano, accolgono senza stupire, ma soprattutto giocano con la luce, elemento chiave dell’architetto genovese, cittadino del mondo, che ha scelto Parigi come base.  L’ingresso principale della Modern Wing, con le esili colonne e la facciata severa e trasparente, sembra la citazione di un tempio greco. Subito dentro l’enorme atrio sovrastato dal «tappeto volante», elemento ricorrente nell’architettura di Piano per permettere alla luce di filtrare a seconda dell’inclinazione dei raggi del sole, separa le due ali dell’edificio. La straordinaria collezione di arte moderna e contemporanea dell’Art Institute ha finalmente un nuovo spazio per essere condivisa dal pubblico.  Con il viso calmo, gli occhi che gli brillano dietro gli occhiali cerchiati di metallo, Piano è finalmente rilassato. È arrivato a Chicago con moglie e figli per partecipare a questa settimana di eventi.  Seduto a un banco tutto bianco dello studio C nell’Education Center, riservato agli studenti che verranno a imparare la storia dell’arte sul campo, racconta di questo suo ultimo progetto. Dalle vetrate cielo-terra Chicago entra prepotente con tutta la sua elegante verticalità, il Millennium Park al di là di Monroe Street su cui affaccia il museo ne sembra la continuazione, al centro il Jay Pritzker Pavillion per i concerti all’aperto realizzato da Frank Gehry con le sue volute metalliche è un contrasto perfetto alla struttura razionale di Piano.  Sembra che questi due edifici, uno trasparente, discreto e razionale, l’altro prepotente, aereo e voluttuoso chiacchierino fra loro tra narcisi, tulipani e peonie in fiore. «È esattamente così», commenta Piano. «Frank e io siamo molto amici e scherziamo. Lui ha creato le condizioni acustiche per la musica, io quelle visive per l'arte».  All'inizio non sapeva come avrebbe orientato la nuova struttura. «Mi ricordo, era un gelido febbraio del 1999. Con tre metri di neve cominciammo a studiare lo spazio. Pensavamo anche di lavorare sulla ferrovia che divide il museo creato centotrenta anni fa dal nuovo edificio», racconta. Poi dopo disegni su disegni ha preso forma quello che è oggi. La griglia di Chicago, perfettamente in asse col Nord e il Sud, l’Est e l’Ovest, è stata d’aiuto per l’orientamento. La facciata principale del museo guarda a Nord verso le strutture architettoniche del centro della città, sulla destra, a Est ha lo sfondo del lago Michigan. «È stata ricostruita tutta in acciaio dopo l’incendio del 1871. Allora Chicago aveva tre milioni di abitanti», racconta, «fu totalmente distrutta dalle fiamme spinte da un vento dell’Est. Dopo un giorno e mezzo il vento girò e girò ancora una terza volta».  Mentre parla, tira fuori dal taschino la matita e schizza su un foglio la pianta della città e il percorso di quei venti che la rasero al suolo. Disegna e continua: «Grazie a ingegneri come William Le Baron Gené fu rimessa in piedi trasferendo il metodo del baloon frame dal legno all’acciaio. Fu l'inizio della leggerezza di questa città ricostruita rapidamente e slanciata verso l’alto» . Gli chiedo cosa sia il baloon frame. Per spiegare questa tecnica semplice usata soprattutto nel Middle West del paese fa un altro schizzo. È una specie di scatola aperta, come quelle che i bambini ritagliano nel cartone. È piatta all’inizio, poi si tirano su le pareti e si incollano gli angoli. Così i grattacieli di Chicago furono costruiti in acciaio al suolo e poi tirati su con le funi. Il che permetteva di farli crescere verso l’alto senza troppi rischi. 

FONTE: lastampa.it