lunedì 2 agosto 2010

Ricerca, il “miracolo” italiano: pochi soldi ma scienziati tra i migliori


L'ITALIA INVESTE L'1,1% DEL PIL, MA È TRA I PRIMI PER PRODUTTIVITÀ DEI SINGOLI RICERCATORI. LA FUGA DI CERVELLI PERÒ NON SI ARRESTA


Rispetto ai soldi che l’Italia investe in ricerca sembra impossibile che i nostri scienziati siano tra i più produttivi del mondo. Nonostante infatti il nostro paese spenda in Ricerca e Sviluppo solo l’1,1% del Pil, la metà rispetto ai paesi del G7 (2,2 per cento), nella classifica dei paesi che hanno prodotto più articoli scientifici l’Italia si aggiudica l’ottavo posto. In pratica, la produttività è maggiore dell’investimento. Non solo.

Considerando che al 2007 il numero dei ricercatori censiti in Italia superava di poco gli 80mila - e questo ci mette al 12esimo posto nella classifica dei paesi con più ricercatori al mondo - la produttività pro capite di ogni cervello risulta di gran lunga superiore a quella degli scienziati di molti altri paesi. Gli italiani infatti si aggiudicano il secondo posto, dopo gli svizzeri, nella classifica dei più produttivi. I nostri scienziati non solo producono il doppio rispetto a quelli francesi, tedeschi e spagnoli, ma anche meglio di loro. Gli articoli scientifici firmati dagli italiani hanno un indicatore di qualità, misurato in base al numero delle citazioni, elevato quanto quello di scienziati di altri paesi che in ricerca investono sicuramente più di noi. Nella classifica stilata da un’agenzia di ranking internazionale, la Scimago Institutions Rankings (Sir), gli italiani si classificano all’undicesimo posto per citazioni sui 20 paesi che investono di più in ricerca. Secondo l’Ocse, l’Italia è addirittura al sesto posto al mondo per pubblicazioni citate.

Per cui è molto difficile riuscire a digerire il fatto che molti nostri cervelli siano costretti a scappare all’estero per fare carriera. Eppure, è un dato di fatto: per un nostro scienziato è sempre più difficile immaginarsi un futuro in Italia. Se si guarda ai grandi enti di ricerca si vedono per lo più carriere precarie e condizioni di lavoro instabili. Tuttavia, cercando localmente, qualche piccolo fiore nel deserto lo si può intravedere. Nel nostro paese ci sono strutture, anche piccole, che la ricerca la fanno e pure bene. Pensiamo alla Fondazione Abo (applicazione delle biotecnologie in Oncologia), un esempio d’eccellenza unico nel suo genere. Interamente sostenuta dai soldi delle industrie private, la Fondazione Abo ha il merito di esser riuscita a trovare la chiave giusta per mettere insieme scienziati e industrie con il solo scopo di produrre innovazione e progresso.

Tutti gli imprenditori che sostengono Abo - perlopiù imprese del Veneto e del Nord Est - “adottano un progetto di ricerca”, sostenendolo nei momenti difficili e promuovendo i risultati. E’ così che in circa dieci anni la Fondazione può vantare 17 progetti di ricerca già avviati, 216 lavori scientifici con un impact factor pari a 308,8, la pubblicazione di 10 manuali scientifici e la scoperta di 31 nuovi marcatori per i tumori del fegato, del colon, dell’ovaio e della prostata. Tutto questo con un appoggio marginale dello Stato, già in enormi difficoltà con enti di ricerca più grandi che hanno i conti praticamente in rosso.

E’ ad esempio già un miracolo che una macchina grossa come ilConsiglio Nazionale delle Ricerche riesca ancora a mantenere alti gli standard della sua produzione scientifica. Quando nel 2008 Luciano Maiani ha assunto la guida dell’ente, nessuno sperava che il Cnr potesse migliorare la sua produttività. Con un buco da tappare di quasi 20 milioni di euro e con gli elevati costi fissi che una macchina come questa deve coprire, è davvero straordinario il bilancio di questi primi due anni. Stando agli Highlights 2008-2009, gli scienziati del Cnr hanno firmato oltre 14 mila articoli su importanti riviste scientifiche in soli due anni. Stando al rapporto annuale del Sir, che esamina oltre duemila tra i migliori centri di ricerca e università del mondo, il Cnr è al 22esimo posto per produttività scientifica, prima di università blasonate come quelle di Cambridge , Oxford e Berkeley.

Positivi anche i segnali sul fronte della ricerca sulle malattie geneticheche, senza il contributo di Telethon, probabilmente oggi sarebbe ridotta a qualche piccolo e isolato progetto di ricerca. Dinanzi a un drammatico calo dei finanziamenti della ricerca in generale, è confortante che quest’anno ci siano più soldi per la ricerca genetica. La Commissione medico scientifica di Telethon ha assegnato, seguendo criteri rigorosamente meritocratici, come ormai è sua tradizione, 12,3 milioni di euro (2,3 milioni di più rispetto al 2009) a 40 progetti su diverse patologie di origine genetica, che coinvolgono ben 73 laboratori di ricerca distribuiti sull’intero territorio nazionale.

FONTE: Valentina Arcovio (ilmessaggero.it)