domenica 17 luglio 2011

Perché l'uomo è vicino all'ultimo record

La scienza studia le prestazioni degli atleti da primato. Per capire quali sono i limiti fisiologici umani

A tutto c'è un limite. Anche ai record. O no? Gli studiosi di fisiologia dello sport si chiedono se arriverà il momento in cui non ci sarà più modo di battere i primati sulle piste di atletica o in piscina. Secondo una ricerca dell'Istituto di Epidemiologia dello Sport di Parigi conta parecchio l'età degli atleti: analizzando le performance di 2 mila professionisti di 25 specialità i ricercatori hanno stabilito che il record personale si può raggiungere attorno ai 21 anni nel nuoto e a 26 in atletica. Poi le performance sono destinate a calare.

Ma spunterà sempre un super-atleta che a quell'età sarà in grado di polverizzare ogni record? Secondo uno studio coreano pubblicato sull’International Journal of Applied Management Science, possiamo aspettarci qualche nuovo record sui 100 metri di corsa e di nuoto dalle Olimpiadi di Londra 2012 e forse da Rio 2016, ma dopo sarà difficile che arrivi un nuovo Usain Bolt a farci emozionare. Valutando i risultati in 61 gare olimpiche di corsa e nuoto dal 1900 al 2009, Yu Sang Chang e Seung Jin Baek hanno verificato che i miglioramenti dei tempi stanno inesorabilmente rallentando e nel giro di 7-10 anni si dovrebbe raggiungere il limite invalicabile. Molto prima di quanto calcolato da altri scienziati, che hanno preannunciato la fine dei record fra 200 o addirittura 900 anni. «Il margine di miglioramento si assottiglia — commenta Elio Locatelli, direttore del Dipartimento sviluppo dell'International Association of Athletics Federations (IAAF) —. Nel nuoto, attività per cui l'uomo non è biologicamente "adatto", ci sono più possibilità di migliorare; nella corsa breve è più difficile. Gli allenamenti sono già studiati al minimo dettaglio e il gran numero di gare non consente di prepararsi con il solo obiettivo del record; le piste di atletica sono quasi perfette, le scarpe a livelli pressoché ottimali. Il record nasce ormai da un mix imprevedibile di fattori: vento a favore, condizioni dell'atleta in quel momento, altitudine».

Di certo però il fisico di Bolt non ha nulla a che vedere con quello di Don Lippincott, primo recordman sui 100 metri, nel 1912. In un secolo aspetto, struttura e fisiologia degli atleti sono molto cambiati: 30 anni fa un campione di atletica sfruttava il 70% della sua potenza, oggi anche l'88%. In parte perché pure la popolazione generale è diversa: «Dopo la seconda guerra mondiale alimentazione, prevenzione, igiene hanno contribuito a far aumentare l'altezza media e grazie al maggior consumo di carne la massa muscolare media è cresciuta — spiega Vilberto Stocchi, preside della facoltà di Scienze Motorie all'Università di Urbino —. Tutto ciò ha portato a un miglioramento delle prestazioni. Oggi, poi, per ogni disciplina si conoscono i metodi per potenziare le caratteristiche più utili a ottimizzare la performance. Sappiamo ad esempio che è possibile aumentare la capacità di esprimere la massima potenza in pochi secondi, incrementando il glicogeno muscolare con la somministrazione di zuccheri secondo specifici protocolli. Ma va detto che centometristi da record si nasce: la percentuale di fibre muscolari bianche veloci è determinante e l’allenamento non può incrementarla».

Fin dove potrà portare un patrimonio genetico di muscoli da velocista? Quarant'anni fa le previsioni davano 9”60 come tempo limite per i 100 metri piani; poi è arrivato Bolt con il suo 9”58, e da qualche parte pare inevitabile che prima o poi spunti un super-atleta destinato a batterlo. Ma una barriera invalicabile oltre cui la velocità dell’uomo non può aumentare esiste, su questo sono tutti d'accordo. Quale sia però non si sa: fino a poco tempo fa il limite era quello stabilito dai modelli matematici del fisiologo R. H. Morton, secondo cui nessun uomo potrà mai correre i cento metri in meno di 9”15. Non è dato sapere quando scenderà in pista l'uomo-jet di Morton (pare fra il 2187 e il 2254), ma secondo il libro "The perfection point" del giornalista americano John Brenkus ci si potrebbe spingere oltre: il record definitivo sarà 8”99, e lo si raggiungerà fra 900 anni. «In futuro ci aiuteranno la proteomica, dandoci indicazioni per migliorare l'approccio all'allenamento, e le neuroscienze — dice Maurizio Casasco, presidente della Federazione Medico Sportiva Italiana —. Le risorse inesplorate della mente potrebbero infatti dare un grosso impulso alle prestazioni sportive». E forse ricorreremo all’ingegneria genetica: muscoli modificati, innesti di tendini in materiali speciali potrebbero creare super-uomini che correranno oltre i 40 km orari. Viene da chiedersi se ne varrà la pena.

FONTE: Elena Meli (corriere.it)