venerdì 29 luglio 2011

Uccide la fidanzatina per scommessa

Annuncia il delitto su Facebook. «Ispirato da un film». Colpita con una pietra. In palio c'era una colazione

«Non c'è da preoccuparsi, sta bene, è con Josh», aveva detto la madre non vedendola rientrare quel sabato maledetto. Rebecca sarebbe stata ritrovata il giorno dopo a faccia in giù, il corpicino da quindicenne minuta nel bosco fradicio, indosso il vestito nuovo comprato per l'appuntamento. Joshua Davies, il suo ex ragazzo, aveva ritirato il premio per la scommessa vinta: una colazione pagata.

Ieri è stato condannato per omicidio dal tribunale di Swansea, nel sud del Galles. Ha sedici anni e non sa quanto resterà dentro. Come gli ha detto il giudice che ha aggiornato il processo in attesa dei referti psichiatrici, può aspettarsi la pena indefinita che le corti britanniche riservano ai criminali più instabili.

La storia di Rebecca Aylward ha sconvolto la piccola comunità di Bridgend, nera contea nota per i livelli record di suicidi giovanili degli ultimi anni. Posti di fiume spogliati dalle vecchie miniere, paesi dove si conoscono tutti. Un giorno Josh dice agli amici di voler uccidere quella ragazza dagli occhi verdi che conosce da quand'era piccolo e con la quale nel 2009 ha avuto una storia di tre mesi - lei ha chiuso perché lui era geloso, possessivo, diranno i compagni di «Becca». È un tipo che racconta storie, Josh, figlio di un meccanico e una commessa che, giurano in paese, vanno sempre in chiesa. Bravo a scuola, da grande vuole fare il premier, passa i pomeriggi al computer, vede molti film violenti e tra i preferiti su Facebook indica «Il petroliere» dove Daniel Day-Lewis rompe la testa a un uomo con un birillo (il titolo inglese è There Will Be Blood , «Ci sarà sangue»). Ora che non sta più con Rebecca s'inventa che lei voleva un figlio, poi che ha avuto un aborto, non pensa ad altro. «Sarebbe tutto più facile se non ci fosse». Immagina di spingerla da una rupe come dalle Termopili del film «300». Farla annegare nel fiume. Avvelenarla con una pozione preparata in casa.

Gli amici ascoltano. «Che mi daresti se lo facessi davvero?», chiede Josh a uno di loro. «Ti offrirei la colazione». Il piano prende forma in un lucido delirio sul filo tra mondo fisico e virtuale. Al processo i giudici decifreranno con fatica gli sms e i messaggi che i ragazzi si scambiavano sui social network in un crescendo di aspettative e adrenalina dov'è difficile distinguere tra cinismo e macabra ironia, riconoscere i contorni del reale. Due giorni prima dell'assassinio Josh scrive all'amico: «Non dire niente ma stai per pagare il conto». «Voglio tutti i dettagli, sadico bastardo».
Sabato 23 ottobre 2010 Rebecca si sveglia alle 6 per l'emozione, si prepara come per una festa, in fondo spera che Josh le chieda di tornare insieme. Anche la madre Sonia è contenta, le piace quel ragazzo «affascinante» che si faceva fotografare in salotto mentre giocava con la figlia e il fratellino Jack. Lui viene a prenderla, la porta in un posto isolato. «Guardava da un'altra parte - racconterà all'amico accompagnato sul luogo del delitto per mostrargli il corpo - mi sono detto: è il momento. Ho cercato di romperle il collo ma lei gridava, così ho preso la pietra. La parte peggiore è quando senti il cranio cedere».

Sei colpi alla nuca con un sasso grande quanto una palla da rugby e così pesante da costringere un agente in tribunale a sollevarlo con due mani. Come anestetizzato, Josh trascorre il resto della giornata in casa, prende il tè, guarda «Non è un paese per vecchi». Costruisce un alibi postando messaggi su Facebook e quando la famiglia dà l'allarme si dice preoccupato per Rebecca. Il giorno dopo due amici conducono la polizia nel bosco. Ieri ha ascoltato il verdetto impassibile. È scoppiato a piangere solo quando il giudice ha rimosso il divieto di rendere note le sue generalità: Joshua Davies di Aberkenfig.

FONTE: Maria Serena Natale (corriere.it)