lunedì 22 agosto 2011

Libia: il tiranno è caduto ma le faide mettono a rischio la primavera dei giovani

Questo, si è scritto più volte, è l'89 del mondo arabo: non è una frase a effetto, in pochi mesi la carta geopolitica è cambiata sulla sponda Sud del Mediterraneo e sta mutando anche i rapporti internazionali in Medio Oriente. È una vasta area strategica con centinaia di milioni di abitanti, gas e petrolio, che si trasformando con un rivolgimento paragonabile alla decolonizzazione, quando francesi e britannici dovettero rinunciare ai loro imperi. Certo tutto sta avvenendo in maniera assai diversa e con una rapidità sconvolgente. È il momento degli interrogativi, dell'instabilità, del futuro incerto, ma anche della grandi opportunità che non si devono perdere nel ripiegamento dei governi europei sui gravi problemi generati dall'attuale crisi economica e finanziaria. L'Occidente era stato ai margini in Tunisia ed Egitto, con la Nato in Libia si è rivelato invece decisivo: il dopo Gheddafi è quindi fondamentale, lo dimostra oggi anche la reazione di mercati azionari che pure rimangono sempre oscillanti e volatili.

Nessuno, un anno fa, quando sfilava nell'afa romana con una divisa grondante di medaglie, avrebbe mai potuto immaginare un crollo così repentino e violento del Colonnello, preceduto da quello di Ben Ali e Mubarak. E anche all'inizio della rivolta di Bengasi il nostro governo riteneva che avrebbe facilmente represso le dimostrazioni di piazza. Insieme a Putin, Gheddafi era l'autocrate con cui intrattenevamo i migliori rapporti d'affari sanciti da un trattato di amicizia del 2008 approvato, con poche eccezioni, da tutte le forze parlamentari. Sulla sponda Sud del Mediterraneo, sei mesi dopo, il mondo è cambiato: via Ben Ali e Mubarak, ora anche Gheddafi è finito, sgretolato dai bombardamenti della Nato e da un'avanzata degli insorti che senza i raid aerei e i consiglieri militari sul campo sarebbero quasi sicuramente usciti sconfitti. E' stata la vittoria delle armi sulle armi, a differenza di quanto avvenuto in Tunisia e in Egitto dove una rivolta popolare disarmata ma con un'inarrestabile spinta ideale ha costretto i dittatori alla resa, con uno spargimento di sangue limitato ed evitando paurose voragini di anarchia.

Ma anche in Libia, come negli altri Paesi del Nordafrica e in Siria il motore dell'insurrezione sono stati i giovani. Forse sarebbero travolti se la Francia di Sarkozy non avesse trascinato gli altri Paesi della Nato all'intervento ma Parigi, scottata dalla Tunisia che era costata le dimissioni del ministro degli Esteri per i suoi rapporti con Ben Ali, ha colto con prontezza l'opportunità di una rivincita per sfruttare le forze che stavano scuotendo la società libica, apparentemente immobile dopo 41 anni di regime incontrastato.

Dobbiamo riconoscere che della Libia sapevamo ben poco. I libici con cui avevamo rapporti non ci hanno poi aiutato molto a capire. E non ci convince la versione dell'ambasciatore in Italia Gaddur, passato dalla parte dei ribelli, che gran parte di loro era contro il regime: lui stesso ne è stato complice e pilastro per decenni. Per questo fare previsioni non è così semplice.

Certo si deve fare attenzione che la caduta non si risolva in una spirale di vendette che potrebbero lasciare tracce. Si devono evitare gli errori commessi dopo l'occupazione americana di Baghdad ma anche i paralleli, in questo caso, possono essere fuorvianti: lo scenario iracheno somiglia di più alla Siria attuale di Assad che a quello libico. In Libia le divisioni non sono settarie, religiose o etniche (salvo per la componente berbera) ma regionali, tra Tripolitania e Cirenaica, e tribali. C'è un senso di sollievo ma anche di vuoto nel crollo di un regime durato quasi 42 anni. Eravamo abituati a capi carismatici che da decenni, pur senescenti, apparivano senza un filo bianco tra i capelli, immutabili, come sembravano anche i loro Paesi. Oggi di capi, di leader forti, non se ne vedono all'orizzonte e il quadro politico tra Tripoli e Bengasi appare assai confuso: ex del vecchio regime, generali, attivisti, islamici, un fronte mosso e scontornato che riunisce di tutto. L'era dei raìs ha ceduto, per ora, alle nuove generazioni.

FONTE: Alberto Negri (ilsole24ore.it)