lunedì 19 marzo 2012

Dinastie d'Italia, quanto conta il familismo negli ordini professionali


Mentre il Parlamento vara le liberalizzazioni arriva in libreria uno studio sul peso dei legami familiari nelle professioni


Proprio nei giorni in cui è in via di approvazione, fra molte polemiche, l'ennesimo provvedimento sulle liberalizzazioni, arriva in libreria Dinastie d'Italia. Gli ordini tutelano davvero i consumatori? (Università Bocconi Editore, 160 pagg., 18 euro). Il volume, a cura di Michele e Pellizzari, docente di economia del lavoro all'Università Bocconi, e Jacopo Orsini, giornalista del Messaggero, prefazione di Tito Boeri, è una approfondita analisi del peso del familismo nelle professioni regolamentate e una cronaca della fortissima, e spesso insormontabile, resistenza che un Parlamento composto per oltre un terzo da iscritti agli ordini mette in campo a ogni tentativo di riforma. Pubblichiamo una parte dell'ultimo capitolo.

di Michele Pellizzari e Jacopo Orsini
L’attenzione di solito è rivolta a cosa non va nel funzionamento degli albi. Si denunciano – e giustamente – la scarsa trasparenza dei metodi di accesso e gli scandali che periodicamente colpiscono l’organizzazione degli esami di Stato. Si contestano la gestione degli organismi di vertice degli ordini e i privilegi della casta degli iscritti, oltre alla forza delle lobby degli avvocati-onorevoli e degli altri professionisti che in Parlamento bloccano ogni tentativo di riforma. Sono mancati invece finora studi che permettessero di valutare, a livello empirico, l’effetto delle restrizioni e delle barriere all’ingresso in rapporto alla qualità dei servizi offerti dai professionisti.

Dalle analisi che abbiamo condotto sugli elenchi nominativi degli iscritti a undici ordini è emerso che in otto professioni su undici il grado di familismo è più alto di quello registrato fra i lavoratori autonomi generici. Per medici, avvocati, farmacisti e giornalisti questo indicatore è quattro volte superiore, anche se sempre meno della metà di quello che si registra per i docenti universitari. Abbiamo poi costruito indicatori della qualità delle prestazioni offerte in sei professioni e mostrato come i legami familiari siano più deboli in mercati dove è più forte la richiesta dei servizi dei professionisti. Per due occupazioni osservate, commercialisti e consulenti del lavoro, abbiamo inoltre trovato prove chiare e statisticamente significative di peggiori risultati sociali dove il familismo è maggiore. Nelle zone dove le connessioni familiari – calcolate in base al nostro indice di informazione dei cognomi – sono più forti, l’evasione fiscale è più alta e c’è una litigiosità maggiore fra lavoratori e aziende. Per altre tre occupazioni – geologi, medici e ostetriche – abbiamo scoperto invece l’opposto: laddove i legami familiari sono più alti, si riscontra una migliore qualità sociale dei servizi. Per gli avvocati non siamo riusciti invece a trovare una risposta univoca.

Se la relazione fra le connessioni familiari e un accesso facilitato alla professione riflettesse solo una formazione di conoscenza specifica all’interno della famiglia, non ci sarebbe nulla di male. Un avvocato capace insegna il mestiere al figlio, che diventa a sua volta bravo in quell’occupazione e avrà più probabilità di riuscire a iscriversi all’albo rispetto a chi non ha parenti già attivi nella professione. Il problema vero è che spesso l’incidenza del cognome – come abbiamo visto – è sintomo di pratiche nepotiste e corporative che riducono la qualità dei servizi. E quando la forza delle connessioni familiari consente a individui con scarse capacità di diventare commercialista, avvocato o medico più facilmente rispetto agli altri aspiranti, è evidente che la regolamentazione non funziona o non funziona per lo scopo per cui è stata disegnata. [...]

La rivolta in Parlamento degli avvocati-onorevoli dell’estate 2011, pronti a far cadere il governo se avesse osato liberalizzare le professioni, e l’attivismo della lobby degli ordini contro tutti i tentativi di riforma, provano che le resistenze da vincere sono fortissime. D’altronde, in Italia, è utile ricordarlo, gli occupati nelle ventotto professioni regolamentate sono circa 1,3 milioni (ma alcune stime di parte parlano di oltre 2 milioni): in termini di consenso elettorale, considerando anche i familiari, si tratta di una massa notevole di persone, in grado di scoraggiare qualsiasi politico dall’idea di inimicarsi i professionisti con provvedimenti sgraditi. «Sulle liberalizzazioni le resistenze sono pazzesche», ammette il ministro dello Sviluppo economico Corrado Passera.

[...] Due sono in particolare le misure che si potrebbero suggerire e che potrebbero essere prontamente attuate a costo zero: eliminare i conflitti d’interesse e puntare su giovani e consumatori. La ragione è semplice: gli operatori già presenti sul mercato hanno un chiaro interesse a selezionare nuovi professionisti che, una volta entrati, non siano dei temibili concorrenti. Va quindi limitato il più possibile, o eliminato del tutto, qualsiasi conflitto di interesse negli esami di accesso. Le prove non dovrebbero essere organizzate o valutate dalle stesse persone che diventeranno diretti concorrenti dei nuovi entranti; quando possibile, i test dovrebbero essere preparati e corretti da esperti che non siano già dentro la professione, come i giudici per gli avvocati o i professori universitari per le altre occupazioni.

FONTE: ilmessaggero.it

Redditi parlamentari, Berlusconi sempre il più ricco. Alfano batte Bersani e Casini


L'ex premier ha dichiarato 48 milioni, 8 in più del 2010. Monti ha guadagnato 1,5 milioni. Per Lusi 304mila euro


Il reddito dell'ex presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, dichiarato nel 2011 e relativo al 2010 è di 48.180.792 euro, vale a dire circa otto milioni in più rispetto a quanto dichiarato lo scorso anno. Per quanto riguarda beni immobili e mobili l'unica variazione che risulta è l'acquisto di un immobile a Lampedusa il 28 giugno dello scorso anno.

I redditi di Berlusconi. Nella dichiarazione dei redditi, così come lo scorso anno per quanto riguarda lo stato civile, l'ex premier risulta «separato». Non risultano variazioni di rilievo per quanto riguarda autovetture, imbarcazioni e partecipazioni nelle società. Tra i beni immobili intestati a Berlusconi risultano due appartamenti in uso abitazione a Milano, due box e altri tre appartamenti sempre a Milano eduna comproprietà. Nella dichiarazione dei redditi è poi iscritto un immobile nel comune di Lesa e alcune proprietà nell'isola di Antigua, che passano a 2 dalle 3 del 2009.

Schifani batte Fini. Il presidente del Senato, Renato Schifani, in base alla dichiarazione dei redditi 2011, è più ricco del suo omologo alla Camera,Gianfranco Fini. La seconda carica dello Stato ha, infatti, dichiarato un reddito imponibile di 223.939 euro contro i 201.115 euro di Fini. Il reddito di Schifani è leggermente calato rispetto a quello della precedente dichiarazione (229.918 euro), mentre quello di Fini è aumentato visto che lo scorso anno aveva dichiarato 186.563 euro.

Alfano supera Bersani e Casini. Tra i leader del Pd Pier Luigi Bersani, dell'Udc Pier Ferdinando Casini e del Pdl Angelino Alfano è quest'ultimo, anche se di poco, il più ricco. Guardando tra i redditi dei parlamentari del 2011, quindi relativi al 2010, Alfano ha dichiarato 169.317 euro, mentre Bersani ha dichiarato 136.885. Per Pier Ferdinando Casini, invece, risultano 116.986 euro. Ma a suo nome risulta una fitta compravendita di azioni. Tra quelle vendute spiccano le 1.525 azioni di Unicredit, tra gli acquisti c'è invece Intesa Sanpaolo con 967 azioni.

Monti. Il presidente del Consiglio e senatore a vita Mario Monti ha dichiarato come imponibile per l'anno
2010 1.513.030 euro. La moglie, Elsa Antonioli, ha avuto come imponibile 20.894 euro. Svariati i beni immobili del professore dichiarati nel 2011: 40% di un ufficio, due negozi e un deposito a Milano; 50% di una casa a Bruxelles; 50% di una casa e due box a Milano. Sempre nel capoluogo lombardo il 100% di una casa e un box. Altre proprietà a Varese: nove case e sei box, un negozio e il 50% di un terreno. Le automobili del premier sono una Lancia Dedra del '95 e una Lancia K del '98. La moglie possiede il 10% di un ufficio e due negozi a Milano; il 50% di quattro case sempre a Milano e un seminterrato sempre nel capoluogo lombardo. Elsa Antonioli possiede inoltre il 50% di due villini con terreno a Novara e il 50% della casa a Bruxelles. Possiede anche una Lancia Musa del 2009.

Per Lusi 304mila euro. Il reddito imponibile per il 2010 dell'ex tesoriere della Margherita Luigi Lusi, al centro del recente scandalo per aver sottratto i fodni del finanziamento pubblico alla Margherita, è di 304.926 euro (l'anno precedente l'imponibile era stato 320.165).

L'avvocato più ricco. Con 1.751.830 Donato Bruno, esponente del pdl e presidente della commissione Affari Costituzionali, è l'avvocato più ricco della Camera. Bruno batte di qualche migliaia di euro Giulia Bongiorno (Fli), presidente della commissione Giustizia di Montecitorio: la Bongiorno ha dichiarato 1.720.936 euro. Sul podio anche il penalista Maurizio Paniz (Pdl). Il suo reddito imponibile per il 2011 è di 1.482.270 euro. Decisamente inferiore il reddito dell'avvocato di Berlusconi Niccolò Ghedini. Per lui «solo» 993.901 euro. Ancora minore il reddito per il 2011 dell'altro avvocato di Berlusconi: Piero Longo. Il suo imponibile è di 677.907 euro.

Senato, i capigruppo più ricchi. È Pasquale Viespoli, capogruppo di Coesione Nazionale al Senato, il più ricco tra i presidenti dei gruppi parlamentari di palazzo Madama, con un imponibile sui redditi 2010 di 154.515. A ruota il capogruppo della Lega Nord Federico Bricolo con 137.898, di poco superiore ai redditi del capogruppo dell'Udc-Svp-Autonomie, Giampiero D'Alia, con 137.178 euro. In quarta posizione il capogruppo per il terzo Polo Francesco Rutelli con 131.252 euro. A seguire la capogruppo del Pd Anna Finocchiaro con 115.686. Per circa un migliaio di euro di differenza in sesta posizione il capogruppo del Pdl Maurizio Gasparri con 114.869. Ultimi in classifica il capogruppo del Misto Giovanni Pistorio (Mpa) con 111.881 e sotto i 100.000 euro il capogruppo dell'Idv Felice Belisario con 92.756.

Camera. È Siegfried Brugger il più ricco tra i presidenti dei gruppi della Camera. Il capogruppo del Misto, nonostante una flessione rispetto al reddito dichiarato nel 2010, guida la classifica in base alla dichiarazione del 2011 con 238.091 euro di imponibile. A seguirlo, di poco distante, è il presidente dei deputati del Pd, Dario Franceschini, con 225.854 euro. Il terzo in classifica è il presidente di Popolo e Territorio, Silvano Moffa, con 167.132 euro di imponibile, seguito da Gianpaolo Dozzo, della Lega, che dichiara 163.607 euro. Subito dopo Fabrizio Cicchitto, capogruppo del Pdl, con 157.452 euro percepiti nel 2010; quindi Massimo Donadi dell'Idv con 151.197 euro. In fondo alla classifica il presidente del deputati di Fli, Benedetto Della Vedova, con 125.360 euro e Pier Ferdinando Casini con 116.986 euro.

FONTE: ilmessaggero.it