giovedì 19 aprile 2012

Aeroporto di Fiumicino, clandestini rimpatriati alla ribalta della cronaca


Il fatto: due immigrati algerini (e non tunisini) provenienti da Tunisi e diretti in Turchia con solo il transito a Roma nella zona franca dell'aeroporto (extra Schengen), si sono rifiutati di proseguire il volo diretto in Turchia da Fiumicino tentando di rimanere in Italia. Non potendo entrare nel territorio nazionale in quanto sprovvisti di visto di ingresso vengono riaccompagnati al luogo di provenienza in base a quanto prevede la normativa vigente ICAO. Rifiutando l'imbarco per Tunisi per ben due volte con gesti di autolesionismo e di aggressione verso i colleghi in servizio, i due immigrati hanno fatto resistenza e poiché tentavano di ferirsi alla bocca, mordendosi, per poi sputare sangue addosso alle persone ed evitare il reimbarco, sono state applicate delle misure di emergenza per consentire la sicurezza degli altri passeggeri in volo per le quali si stanno accertando le relative responsabilità personali, ma il problema andrebbe inquadrato in modo più ampio. A parte il pensiero che ricorre spontaneo ad una frase di Indro Montanelli riferita ai poliziotti: "la società vi affida il compito di frugare nelle fogne, ma non ammette che vi ci sporchiate" , dispiace che nonostante i problemi legati alle scorte dei clandestini siano stati sollevati più volte e siano devastanti per gli operatori di polizia, se ne parli solo quando questi diventano un fatto mediatico. Giornalmente si verificano tentativi immigrazione clandestina negli aeroporti, ma la stampa conosce solo l'arrivo dal mare. Si sfrutta il transito nella zona franca tra una destinazione e l'altra per cercare di eludere i controlli, per cercare di rimanere, e i colleghi devono attrezzarsi a recuperare situazioni inverosimili, chi fugge nelle piste di decollo e atterraggio, chi minaccia, chi aggredisce per non proseguire il volo ed entrare in Italia. A quel punto scatta la normativa che prevede debbano essere riaccompagnati uno ad uno alla destinazione di partenza su voli di linea e scortati tra i civili con i costi e le complicazioni inimmaginabili che ne susseguono. Chiediamo al Ministero: perché non utilizzare gli arei di Stato per questi trasferimenti, visto che in più occasioni sono stati usati in circostanze non sempre istituzionali? Sempre al Ministero chiediamo cosa si aspetta ad istituire un protocollo procedurale che non esiste? Perché non è possibile che i colleghi debbano attrezzarsi da soli ad inventare soluzioni improvvisate per risolvere problemi che sono invece strutturali e che si presentano regolarmente ogni volta. L'Amministrazione ci faccia sapere quali mezzi usare per impedire le aggressioni violente che accompagnano ripetutamente molti trasferimenti all'estero. Per il momento ai colleghi rimangono le fascette di plastica in dotazione e due spiccioli di trasferta che in questi casi sembrano offendere più del fatto in sé, per un lavoro sottopagato, senza risorse, in cui tutti sono pronti a puntare il dito, ma mai per appoggiare le cause e le lotte che stiamo portando avanti in prima linea, con manifestazioni eclatanti di piazza, in nome di quel bene comune che si chiama diritto alla Sicurezza.

Saturno Carbone - Segretario Generale Siulp Roma