mercoledì 9 gennaio 2013

Viaggio alla fine del rullino. Come è morta la fotografia analogica.


Pellicole e macerie. Camere oscure profanate dalla luce, stabilimenti deserti, vecchi ritratti ingialliti sulle pareti mangiate dall’umidità. In più di sei anni passati a raccontare la fine della fotografica analogica, il reporter canadese Robert Burley, ha raccolto in un libro e in un progetto multimediale centinaia di testimonianze di un mondo che non esiste più. “The Disappearance of Darkness: Photography at the End of the Analog Era” (realizzato rigorosamente con apparecchi e tecniche non digitali) è l’epitaffio del rullino, un lungo viaggio negli ex “santuari” della fotografia cancellati da mega pixel e schede di memoria.

Molto prima che nascesse Instagram, Burley ha documentato l’implosione di Kodak e Polaroid, visitando ciò che resta delle fabbriche, dagli Usa al Canada, fino a Belgio, Francia e Inghilterra. Scatti spettrali, immagini forti ottenute di nascosto – perché nessuna azienda voleva mostrare a occhi esterni la propria agonia- che svelano l’altra faccia della rivoluzione digitale. Quella meno nota.

“E’ sconvolgente pensare quanto veloce sia avvenuto il passaggio”, osserva questo cinquantenne di Toronto, “ quelle aziende davano lavoro a migliaia di persone, possedevano interi grattacieli. Un impero costruito in un secolo è svanito in meno di dieci anni”.

Lo spartiacque è il 2003, quando per la prima volta le vendite di fotocamere digitali superano quelle tradizionali. Oltre ai reperti di archeologia industriale , le saracinesche sigillate di fotografi di provincia dopo una vita passata a immortalare matrimoni e prime comunioni. “Quando ho iniziato a lavorare al progetto (nel 2005, quando la Kodak era davanti alla Apple nella classifica delle 500 multinazionali più grandi stilata da Fortune) la transizione era ancora in corso, ora posso dire che si è conclusa”.

FONTE: Daniele Sparisci (corriere.it)