giovedì 16 maggio 2013

Mancano fondi, la sicurezza traballa ma gli sperperi dilagano da Roma a Catania


Il governo abolisce la festa della polizia, chiude l'ufficio della Dia a Malpensa, riduce le spese essenziali in ufficio e tra le volanti. Ma poi si scopre che sono stati spesi dall'Erario oltre 100 milioni di euro per la locazione di due mega strutture a Roma che potevano essere acquistate. Mentre a Catania sono stati sprecati 61 milioni per la futura cittadella della polizia che non è mai stata realizzata. L'ombra dei soliti gruppi di proprietari terrieri e di mediatori crea le condizioni dell'ennesimo scandalo in un settore vitale per la difesa dei cittadini.

ROMA - Il ministero dell'Interno taglia i costi. Il governo abolisce la festa della polizia che era programmata in piazza del Popolo il 16 maggio. Il Viminale chiude anche l'ufficio investigativo della Dia di Malpensa che ha svolto indagini delicatissime su due recenti scandali politici: quello dei fondi della Lega Nord (caso Belsito), e quello della corruzione della Sanità (caso Maugeri). Si tratta, complessivamente, di un risparmio simbolico, qualche migliaio di euro. Ma la spending review del Viminale, almeno al momento, non prende in considerazione quello che i sindacati denunciano da anni come uno sperpero di denaro pubblico: il costo degli affitti esorbitanti delle strutture che ospitano la Polizia. Gli affitti di caserme e uffici di proprietà di privati costano all'Erario centinaia di milioni all'anno, quando in Italia ci sono strutture demaniali abbandonate che potrebbero consentire notevoli risparmi.

Lo sperpero nella Capitale. A Roma negli ultimi dieci anni sono stati spesi dall'Erario più di cento milioni di euro per pagare la locazione dei due mega poli della sicurezza del Viminale. Il primo, all'Anagnina, ospita Criminalpol, Antidroga e Dia. Il secondo, di fronte a Cinecittà sulla Tuscolana, Stradale, Ferroviaria, Frontiera, Postale, Scientifica, Sco, Ucigos, e l'archivio. In tutto, 3 mila poliziotti. Entrambi i poli costano 13 milioni di euro all'anno.

I proprietari degli immobili. Il polo Anagnina è di proprietà dell'immobiliarista romano Renato Bocchi, in auge negli anni Ottanta e Novanta, attraverso la "Serileasing srl". Il polo Tuscolana è invece della "Coem", una SpA nella quale compaiono il Monte dei Paschi di Siena, la Sia srl (Donatella Brusadelli e Barbara Morrea, presidente, questa, del Golf club Parco di Roma), la Tuscolana iniziative srl (Corrado Pesci, figlio di Virna Lisi, Giampiero Tasco e Susanna Isgrò, proprietari della fiduciaria Melior Trust), e, infine, la cooperativa Cmb di Carpi (presidente Carlo Zini). Non è in discussione il criterio di riunire i Centri direzionali investigativi nelle due sedi. La polemica riguarda l'aspetto economico: da un parte, la decisione del Viminale (presa tra la fine degli anni Novanta e i primi del 2000) di pagare affitti così cari anziché acquistare, allora, strutture proprie. Dall'altra, vista la crisi economica di oggi, la scelta, sempre del ministero dell'Interno, di restare in quegli uffici tanto costosi (con la prospettiva di spendere nei prossimi dieci anni altri cento milioni) anziché trasferire l'"esercito" dei tremila poliziotti nelle numerose caserme dismesse in questi ultimi anni, di proprietà del Demanio.

La storia. Ecco la storia, tra luci e ombre, del trasferimento dal Viminale. Dieci anni fa l'allora ministro dell'Interno Giuseppe Pisanu e l'ex capo della Polizia Gianni De Gennaro coordinarono il decongestionamento dal centro storico della Capitale delle numerose sedi della Sicurezza. Un trasferimento voluto dal ministero dell'Interno "con estrema urgenza, nel più breve tempo possibile". Ma i sindacati di Polizia sollevarono numerosi interrogativi, a quei tempi, avanzando non poche riserve rimaste irrisolte. Prima di tutto, mancava il confronto con il costo precedente al trasferimento: a quanto ammontavano gli affitti delle varie sedi sparse per Roma? Si spendeva di più o di meno dei 10 milioni di euro annui per la locazione dei due mega poli Anagnina-Tuscolana?

Quel che è certo è che i proprietari degli immobili fecero un grande affare locando al Viminale le due strutture che per l'occasione beneficiarono di un cambio di destinazione d'uso (avvenuto sotto la supervisione di Angelo Balducci, all'epoca potente capo del Provveditorato ai Lavori Pubblici). La prima era un edificio in stato di abbandono (chi lo costruì, distrusse le numerose presenze legate alla villa romana di Tor di Mezzavia di Frascati). La seconda era un edificio destinato a ospitare attività artigianali in mezzo al parco dell'Appia Antica. Il cambio di destinazione d'uso, e l'attenzione del Viminale per quei due palazzi, fu provvidenziale per i loro proprietari.

Le critiche dei sindacati. Sono state numerose. "L'operazione è uno sperpero di denaro pubblico", aveva dichiarato Claudio Saltari della Uil-Polizia. "Il Dipartimento di Pubblica Sicurezza - aveva aggiunto a proposito dell'Anagnina Giovanni Aliquò, dell'Associazione Funzionari dell'Interno- con un troppo remunerativo contratto di affitto, sta lanciando un salvagente a una struttura nella quale per diversi lustri né privati né enti pubblici sono voluti andare. Valutata nel 1993, 90 miliardi di vecchie lire, in virtù del contratto del Viminale l'Erario arriverà a versare 125 milioni di euro senza diventarne proprietario. Una cifra che consentirebbe di costruire una sede nuova, ben più adatta, funzionale e decorosa". "All'interno del fascicolo che abbiamo visionato al Viminale - annotavano altri sindacalisti - non è presente alcuna ricerca di mercato, nessuna proposta da parte di società interessate, come se l'Amministrazione avesse preso in considerazione solo e soltanto quell'immobile". "L'intera vicenda - conclusero all'epoca tutte le sigle sindacali - appare contorta e intricata laddove si pensi che con estrema facilità e con obiettiva carenza di documentazione si passa da una volontà di affitto a una di acquisto, per poi tornare alla decisione originaria di locazione". E ancora: "Allo stesso modo le valutazioni dell'immobile passano attraverso un vorticoso balletto di cifre con differenti valutazioni fornite non solo dalla stessa proprietà dell'immobile, ma anche da diversi organismi della Pa". I contratti sono da poco scaduti: sono stati rinnovati per altri 10 anni o il Viminale sta prendendo in considerazione strategie di spending review?

Lo sperpero a Catania. Un caso analogo di sperpero di denaro pubblico si verifica in Sicilia. In particolare a Catania dove la questura è divisa in otto edifici che costano complessivamente 3 milioni e 200 mila euro annui, quasi tutti affittati da privati. Ma non tutte queste strutture, denunciano i sindacati del Siap, sono a norma di legge, senza contare che in alcuni casi la polizia è addirittura sotto sfratto. "La maggior parte degli immobili è inadeguata - tuona Tommaso Vendemmia, del Siap - e hanno costi di manutenzione eccessivi". "La Questura si trova in un palazzo di tre piani con contratto di locazione scaduto - aggiunge - la Squadra Mobile è ospitata in locali non a norma, i locali dell'Amministrativa e dell'Immigrazione sono sotto sfratto esecutivo, il Personale e la foresteria sono nel vecchio carcere borbonico, una struttura fatiscente, anch'essa sotto sfratto perché là la Provincia vorrebbe ricavare un museo". Il commissariato Librino, infine, è in una struttura tutta verandata non adatta a uffici di polizia.

In provincia la situazione non è migliore. Il commissariato di Adrano si trova in una palazzina a tre piani, dei quali due chiusi perché inagibili. Il Reparto Mobile sta in una struttura priva di documenti di staticità con capannoni di circa mille metri quadri coperti da ondulati Eternit, cioè da tetti di amianto. Per quanto riguarda le numerose strutture non a norma, denuncia Vendemmia, "i proprietari non vogliono effettuare i lavori e la Prefettura non procede alle diffide".

La "cittadella della polizia" fantasma. Ma il paradosso a Catania è la "cittadella della polizia", un progetto per la nuova Questura avviato tra il 2004 e il 2005 da 61 milioni di euro di fondi Cipe che prevede la costruzione di un edificio nel quale ospitare i 1200 agenti catanesi. Un progetto spinto, allora, dalla Direzione tecnico logistica del ministero dell'Interno (la stessa al centro di un'inchiesta della procura di Napoli e oggetto delle rivelazioni di un "corvo" che portarono alle dimissioni dell'ex capo vicario della Polizia Nicola Izzo). Nel 2007 il prefetto Giovanna Iurato - il prefetto che a L'Aquila finse di commuoversi per il terremoto, e che poi fu indagata a Napoli per gli appalti del Viminale - si presentò a Catania per riferire, racconta Vendemmia, "che il primo lotto di 31.000.000 era stato destinato, che il progetto era esecutivo e che i lavori di costruzione sarebbero partiti alla fine di quell'anno. Dopo calò il silenzio".

Nel 2011 il Questore Pinzello emanò una nota informativa con la quale annunciava che i lavori sarebbero partiti alla fine dell'anno e sarebbero durati 810 giorni. "Ad oggi - dichiara il dirigente Siap - il terreno brullo non è mai stato calpestato da un muratore. Dei fondi stanziati, 19 milioni sono depositati al ministero delle Infrastrutture, mentre 12 sarebbero serviti, pare, per i progetti e le bonifiche del territorio". La realtà, come si vede dalle immagini del video, è che i lavori non sono mai iniziati. A quasi dieci anni da quando fu presa la decisione, la "cittadella della polizia" resta un progetto fantasma. Mentre i trenta milioni di affitti spesi nel frattempo sono, invece, realtà.

FONTE: Alberto Custodero (inchieste.repubblica.it)