martedì 2 luglio 2013

La crisi divide l’Italia: metà sta peggio, il resto se la cava


Un lustro di crisi sta mettendo a dura prova le famiglie italiane. Non passa giorno in cui categorie economiche, sindacati, associazioni di consumatori non denuncino le difficoltà crescenti delle famiglie e un progressivo calo dei consumi. I centri di accoglienza della Caritas vedono aumentare il numero di famiglie italiane (e non più solo immigrati) che si recano nei loro uffici per ricevere un sostegno economico. Si fanno più frequenti le presenze di organizzazioni caritatevoli che, alle porte dei supermercati, raccolgono viveri per le famiglie bisognose.  
Come per il sistema produttivo, però, le difficoltà delle condizioni economiche non sorgono solo negli ultimi anni. Parallelamente (e conseguentemente) alla stagnazione della produttività, anche le spese delle famiglie per i consumi hanno volato basso. Nel periodo pre-crisi (2000-2007) sono cresciute complessivamente del 5,3%, mediamente lo 0,7% l’anno. Ma con l’avvio della crisi e fino al 2011 sono diminuite dell’1,3% (Istat). Secondo il ministero dell’Economia e delle Finanze, il 2012 si è chiuso con un pesantissimo -4,3% e l’anno in corso si assesterà sul -1,7%. Insomma, un bollettino assai negativo su cui hanno sicuramente pesato le misure urgenti per il rientro dal deficit imposte al nostro Paese dagli organismi europei e internazionali, la cui effettiva efficacia oggi è oggetto di ripensamento da quegli stessi attori.  
Rispetto agli altri Paesi europei che hanno dovuto realizzare operazioni di rientro, l’Italia finora ha generalmente saputo reggere meglio l’impatto delle diverse misure fiscali e dei tagli, in virtù soprattutto di un minor indebitamento delle famiglie e di una loro maggiore solidità patrimoniale. Tuttavia, le scelte di riforme strutturali non avviate negli anni addietro hanno fatto venire al pettine contemporaneamente tutti i nodi irrisolti. I segnali di una ripresa economica non s’intravedono e ciò alimenta un clima di incertezza e di sfiducia che induce le famiglie a contenere il più possibile le spese e i consumi.  
Anche solo questi dati spiegano la necessità e l’urgenza di avviare misure che sostengano una ripresa della domanda interna, poiché non possiamo vivere contando soltanto sulla capacità delle nostre imprese di essere presenti sui mercati esteri. Va ricordato, infatti, che se l’export offre performance positive, la grande maggioranza del sistema produttivo ha dimensioni assai contenute (9 su 10 imprese hanno meno di 10 dipendenti) e opera su un mercato interno, dove il concetto di interno ormai abbraccia anche l’Europa. E se la domanda interna non riparte velocemente, le difficoltà sono destinate ad aumentare. 
Questo lungo periodo di mancata ripresa economica ha visto le famiglie impegnate in un’oculata gestione dei propri risparmi e dei consumi. Dunque, sono state rimodulate le strategie di spesa, ma per cercare di mantenere gli standard raggiunti si sono attinte le risorse accumulate negli anni precedenti. Tuttavia, se si continua ad erodere quanto accantonato senza avere la capacità di ripristinarlo in modo adeguato, i rischi di una deprivazione relativa aumentano notevolmente. L’indagine Last (Community Media Research per La Stampa, realizzata da Questlab) ha sondato la percezione degli italiani relativamente alle mutate condizioni economiche. In generale, emerge un processo di polarizzazione fra chi è stato in grado di mantenere – se non migliorare – il proprio tenore di vita; e chi, per contro, ha visto progressivamente peggiorare la propria situazione. Nello stesso tempo, tale polarizzazione tende ad attraversare i gruppi sociali, disarticolandoli al loro interno. Così, per esempio, non tutti i pensionati o gli operai hanno conosciuto un peggioramento della loro situazione; e, viceversa, non tutti gli imprenditori o i dirigenti hanno avuto un miglioramento. E, peraltro, con misure non marginali. 
Negli ultimi 5 anni, il 31,4% ha mantenute sostanzialmente intatte le proprie condizioni economiche e il 10,7% le ha incrementate o nettamente migliorate. Viceversa, ben il 43,3% ha conosciuto un peggioramento e il 14,6% addirittura un netto peggioramento. A questo proposito, è interessante analizzare le diverse articolazioni dei rispondenti, utili a meglio delineare le diverse condizioni. Nell’area di quanti dichiarano un miglioramento economico più o meno netto (10,7%), rispetto a prima della crisi, troviamo maggiormente rappresentata la componente maschile, quanti hanno fra i 55 e i 64 anni, residente nel Nord del Paese e in particolare nel Nord Ovest, chi ha in tasca una laurea. Vale la pena sottolineare come in quest’insieme di popolazione non siano rappresentati solo gli imprenditori – come sarebbe facile attendersi – ma troviamo anche una parte dei lavoratori manuali (operai specializzati), di pensionati e di casalinghe. Figure, queste ultime, spesso tutte assimilate alle più indifese. Un riflesso di questa segmentazione delle condizioni la possiamo osservare analizzando quanti sono riusciti a preservare le proprie condizioni economiche (31,4%). Ancora una volta, gli uomini sono maggiormente presenti, oltre alle generazioni più giovani (fino a 34 anni), chi risiede nel Nord e soprattutto nel Nord Est e, ancora una volta, chi è laureato. In questa situazione si trovano in particolare i lavoratori appartenenti al ceto medio (dirigenti, tecnici, lavoro impiegatizio) e i pensionati. Quanti hanno una professionalità da spendere sul mercato e i pensionati che hanno potuto accumulare nel tempo risorse adeguate sembrano riuscire a preservare meglio di altri le proprie condizioni economiche.  
La quota prevalente fra gli intervistati (43,3%) dichiara di aver peggiorato la propria situazione economica rispetto a 5 anni addietro. Si trovano in questa condizione prevalentemente la componente femminile, le generazioni più giovani (meno di 24 anni), chi abita nel Centro e soprattutto nel Mezzogiorno, chi ha solo l’obbligo scolastico o al più un diploma. I lavoratori manuali e le casalinghe sembrano le categorie più colpite da questa situazione. 
Quanti invece vedono nettamente peggiorata la propria condizione (14,6%) costituiscono una quota minoritaria, ma sicuramente non marginale. In questo caso, e ancora una volta, incontriamo maggiormente rappresentata la componente femminile, i lavoratori 50enni (45-54) e gli over 65, chi risiede nel Centro-Sud, soprattutto i disoccupati, ma anche i pensionati e gli imprenditori, chi ha solo l’obbligo o un diploma. 
Come in precedenza, i profili sociali degli interpellati sono articolati e polarizzati al loro interno. Certo, essere donna, del Centro-Sud, soprattutto disoccupato, costituiscono gli ingredienti principali per conoscere un peggioramento della propria condizione economica. Ma non emerge invece un’immagine univoca e omogenea in relazione alla condizione socio-professionale. 
Ma in che misura il reddito mensile della famiglia è sufficiente a sostenere le spese necessarie? Poco più della metà degli intervistati (56,1%) le ritiene sufficienti, mentre il 41,3% è di avviso contrario. In questo caso, emerge una condizione speculare. Nel primo gruppo, annoveriamo soprattutto la componente maschile, chi è in avvio di carriera lavorativa (fino a 34 anni) e chi verso l’ultimo periodo di attività (55-64 anni), chi abita nel Nord (e a Nord Ovest, in particolare), gli imprenditori e i dirigenti e chi è laureato. Quanti si vedono erodere una parte dei risparmi è composta in particolare dalla componente femminile, dai 35-44enni, da chi abita nel Mezzogiorno, dai disoccupati e dalle casalinghe, chi ha acquisito solo l’obbligo scolastico. 
Incrociando la valutazione sulla situazione economica con quella sul reddito mensile è possibile costruire un indicatore di sintesi che fotografa la condizione economica della popolazione. Il gruppo più numeroso è costituito dalle «formiche» (47,6%) ovvero da quanti hanno mantenuto, o leggermente peggiorato, la propria condizione e pur tuttavia il reddito è ancora sufficiente a coprire le spese mensili. È una parte di ceto medio che vede ridursi il proprio potere d’acquisto. Si definiscono per un comportamento ispirato alla sobrietà, che fa i conti con le minori risorse disponibili e una selettività nei comportamenti d’acquisto. Qui si collocano maggiormente i più giovani (meno di 34 anni) e i più anziani (over 65), chi risiede a Nord, i dirigenti e i tecnici, nonché i pensionati e i laureati. Più limitato, ma non marginale, è il secondo gruppo: i «benestanti» (10,0%), quanti hanno accresciuto la loro condizione economica negli ultimi 5 anni e il reddito mensile è più che sufficiente per le spese necessarie. A dispetto della crisi, hanno saputo migliorare la propria posizione economica. All’interno di questo gruppo incontriamo la componente maschile, i più adulti (55-64 anni), i residenti al Nord, chi ha una laurea, gli imprenditori, ma anche una quota di lavoratori manuali e di pensionati. Il terzo gruppo è degli «erosi» (7,4%) ovvero di quanti pur avendo una condizione economica analoga o migliore del passato, tuttavia il reddito non copre tutte le spese. Sono i tentati dal consumismo, dal non rinunciare al proprio status raggiunto e pur di mantenerlo intaccano il capitale accumulato. In questo gruppo annoveriamo i più giovani (meno 24 anni), chi risiede nel Nord Est e nel Mezzogiorno, le casalinghe e gli studenti, chi ha solo l’obbligo scolastico. Infine, ma non per importanza, un gruppo nutrito fra la popolazione: i «deprivati» (35,0%). Sono famiglie che registrano un peggioramento della condizione economica e il reddito mensile è insufficiente. È interessata soprattutto la componente femminile, le fasce d’età centrali (35-54 anni), chi abita nel Centro e soprattutto nel Mezzogiorno, i disoccupati e le casalinghe.  
Dunque, la crisi non colpisce in modo indifferenziato. Alcune categorie di persone sono più avversate di altre dalle difficoltà, ma avviene in modo trasversale e disomogeneo. Tutto ciò rende più complesso trovare le misure adeguate, soprattutto se prese in emergenza. Per questi motivi servono riforme strutturali e di lungo periodo. E un ceto politico lungimirante. 

FONTE: Daniele Marini (lastampa.it)