martedì 27 agosto 2013

Siria, Nbc: «Da giovedì tre giorni di raid». Ma gli Usa: Obama sta ancora valutando

Letta: «Senza l'Onu l'Itralia non concederà basi». Gli Stati Uniti sono pronti a diffondere dossier su armi chimiche

La crisi siriana sta spingendo le varie diplomazie internazionali a schierarsi, spronate dalle dure parole del segretario di Stato John Kerry nei confronti del regime di Assad. Da Londra e Stati Uniti, ma anche da Francia, arrivano segnali di un imminente attacco occidentale alla Siria.
PRONTI ALLA GUERRA - Una indiscrezione della Nbc ha accelerato le diplomazie: «Da giovedì tre giorni di attacco alla Siria», rivela l'emittente. Una informazione non confermata però dal presidente Obama che sta prendendo del tempo per vagliare le varie opzioni, «non soltanto quelle che includono l'uso della forza». Sempre la Casa Bianca conferma quello che era stato anticipato da varie agenzie di stampa secondo cui entro una settimana gli 007 statunitensi sarebbe pronti a diffondere un dossier che proverebbe l'utilizzo di armi chimiche nell'attacco del 21 agosto nella periferia di Damasco. L'America è in prima linea, ma solo per riportare l'ordine: «Le opzioni che stiamo considerando non riguardando un cambiamento di regime», ha spiegato il portavoce della Casa Bianca Jay Carney. Gli Stati Uniti e altri 188 altri Paesi, ha aggiunto, sono firmatari di una convenzione sull'uso di armi chimiche che si oppone a questo tipo di dispositivi e questi Paesi hanno interesse a garantire che le norme internazionali vengano rispettate. Alla violazione di queste norme, ha proseguito il portavoce, ci deve essere una risposta. Secondo Carney, il cambiamento di leadership in Siria deve avvenire attraverso una negoziazione politica. Quasi tutti i paesi sarebbero ormai convinti della colpevolezza del regime siriano per il massacro compiuto soprattutto ai danni di bambini. Un'ultima verifica, però, la chiede l'Onu: «Se qualche stato membro ha informazioni al riguardo deve condividerle con la missione Onu che in Siria» sta cercando di verificare proprio l'eventuale utilizzo di armi chimiche da ambo le parti.
SCACCHIERE INTERNAZIONALE -Dall'Europa le prime risposte agli Stati Uniti. «Le forze armate britanniche stanno mettendo a punto un piano di emergenza nell'eventualità di una risposta militare al presunto attacco chimico in Siria», ha spiegato daDowning Street il presidente Cameron condannando la strage operata con le armi chimiche, «un attacco che non implica però l'essere coinvolti in un conflitto in Medio Oriente». La stessa condanna arriva anche dall'Italia dopo un confronto telefonico tra Letta e Cameron. La Farnesina prova a tenere la situazione a debita distanza per il momento, assicurando un aiuto italiano, ma solo accanto all'Onu: «L'Italia non prenderà parte a soluzioni militari al di fuori di un mandato del Consiglio di sicurezza dell'Onu», ha precisato il titolare del ministero Emma Bonino. E conferma: «Si rafforza l'ipotesi che siano state le forze armate siriane a far uso di armi chimiche: non c'è soluzione militare al conflitto siriano, bisogna andare nella direzione di una soluzione politica».
APPOGGIO A CATENA - Anche fonti diplomatiche, daParigi, fanno sapere che la Francia non ha nessun dubbio sul fatto che un attacco chimico sia avvenuto in Siria e che sia stato sferrato dalle forze di Assad, aggiungendo che «è inaccettabile» e «la Francia non verrà meno alle sue responsabilità per rispondere». «Ho deciso - ha detto il presidente francese François Hollande - di accrescere il sostegno militare alla coalizione di opposizione siriana: il massacro di civili con gas non può restare senza risposta». Pare delinearsi, inoltre, la posizione della Casa Bianca: in una intervista alla Bbc, il segretario alla difesa statunitense, Chuck Hagel, ha dichiarato che le forze armate americane sono «pronte ad andare» se il presidente Barack Obama ordinasse un'azione in Siria. Iniziativa avallata da una indiscrezione della Nbc secondo cui gli Stati Uniti si starebbero preparando a diffondere un rapporto proprio su un attacco imminente, «tre giorni di raid a partire da giovedì». Logisticamente, poi, gli Usa avrebbero già chiesto alla Grecia, alleata della Nato, di concedere alle unità della marina e agli aerei dell'Air Force di transitare sul territorio ellenico e l'utilizzo di alcune basi militari. Ma il quadro non si chiude ancora senza il via libera del presidente Obama.
TURCHIAE LEGA ARABA - Tra i favorevoli ad un intervento militare (Usa, Gran Bretagna, Francia, Arabia Saudita) si aggiunge anche la Turchia che per bocca del ministro degli Esteri, Ahmet Davutoglu, ha definito un «crimine contro l'umanità» a cui va data «risposta» il presunto attacco lealista con armi chimiche del 21 agosto alla periferia est di Damasco, e ha ammonito che per la comunità internazionale si tratta di un «test» vero e proprio. Lunedì lo stesso ministro aveva affermato che la Turchia sarebbe pronta a unirsi a qualunque coalizione si formasse per intervenire militarmente in Siria contro il regime di Bashar al-Assad, anche qualora non fosse possibile raggiungere un ampio consenso al riguardo in sede di Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, e dunque persino in assenza di uno specifico mandato Onu.
ISRAELE - Sullo scacchiere internazionale arriva anche il monito del primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu. Israele avverte la Siria: nel caso di rappresaglie del regime di Damasco contro lo stato ebraico a seguito di un eventuale attacco missilistico a guida Usa, i militari risponderanno «con forza». Lo stato di Israele «è pronto per ogni scenario. Non siamo parte della guerra civile in Siria - ha concluso Netanyahu - ma se identifichiamo un qualunque tentativo di nuocerci, risponderemo con la forza».
LA NATO - La situazione in Siria, in Egitto e, più in generale, in tutto il Medio Oriente sarà mercoledì al centro della riunione settimanale della Nato. Gli ambasciatori dei 28 Paesi membri, a quanto si è appreso, faranno il punto della situazione alla luce degli ultimi sviluppi. Particolare attenzione sarà dedicata agli ultimi eventi in Siria, paese confinante con la Turchia che, in quanto membro Nato, ha ricevuto nei mesi scorsi alcune batterie di missili Patriot per difendersi da eventuali attacchi aerei.
FONTE: corriere.it