mercoledì 18 settembre 2013

La navicella italo-Usa Cygnus lanciata nello spazio: è in viaggio verso la Iss



Luce verde dalla base Nasa di Wallops Island, in Virginia

La storia dell’Italia nello spazio passa ancora da Wallops Island, Virginia. Qui, dove l’Oceano si confonde con la palude, nel dicembre 1964 partiva su un razzo Scout il satellite San Marco I e l’Italia di Aldo Moro divenne il terzo Paese, dopo Stati Uniti e Unione Sovietica, ad aver lanciato in orbita un proprio satellite. Oggi alle 16,57 ora di Roma ha fatto il suo ingresso nell’era commerciale dell’esplorazione del cosmo. Appollaiato sulla cima di un razzo Antares ha spiccato il volo verso la Stazione spaziale internazionale il modulo di rifornimento Cygnus, un gioiello di tecnologia studiato e costruito nei laboratori torinesi della Thales Alenia Space, dove lavorano 500 dipendenti accanto a 200 contractor. 

Quella di oggi è un’altra tappa importante nel nuovo corso della Nasa, da quando l’agenzia spaziale americana ha deciso di appaltare a ditte esterne i viaggi di rifornimento alla Iss, in modo da potersi concentrare di più - in un periodo di continui tagli al bilancio - nelle sfide estreme dell’esplorazione. E così la Orbital Sciences Corporation di Dulles, in Virginia, si è aggiudicata un appalto da 1,9 miliardi di dollari per garantire almeno fino al 2016 il trasporto di 20 tonnellate di materiale agli astronauti in orbita a 400 chilometri di altezza. Se tutto dovesse andare bene la Orbital diventerà dunque la seconda società privata dopo la SpaceX di Elon Musk (fondatore di PayPal) a fornire il servizio per conto della Nasa. 

L’azienda della Virginia si è concentrata sulla realizzazione del razzo Antares: alto 40 metri e con un diametro di 3,9, è un razzo di classe media a due stadi. Il primo è azionato da due motori a combustibile liquido (ossigeno liquido e kerosene) di derivazione russa: si tratta degli Aerojet AJ26 frutto dello sviluppo degli NK-33 che i sovietici avevano progettato per sbarcare sulla Luna; il secondo stadio è mosso da un motore ATK Castor 30B alimentato a combustibile solido. In cima, poi, c’è il nido del Cigno nato a Torino. 

“La Orbital si è rivolta a noi perché nel campo dei moduli pressurizzati siamo i migliori - dice lisciandosi i baffoni Luigi Quaglino, senior vice president di Thales Alenia responsabile dei settori Scienza ed esplorazione -. Abbiamo un’esperienza di 40 anni e un livello pari o superiore a Boeing e Mitsubishi. Oltre la metà dei moduli dove gli astronauti vivono e lavorano sono nostri”. La Orbital in cambio di 200 milioni di euro ha chiesto 9 moduli pressurizzati, dei veri e propri container spaziali in grado di essere agganciati alla Stazione. Il contratto è stato firmato nel 2009 e nel 2011 è stato consegnato il primo Cygnus, composto da un modulo di servizio (realizzato con tecnologia Orbital) e da un modulo cargo. E’ quello partito oggi, con circa un anno di ritardo sulla tabella di marcia a causa di problemi legati alla piattaforma di lancio dello spazioporto della Virginia, nella prova generale di funzionamento del progetto. 

Dallo stabilimento di Torino usciranno 4 Cygnus in versione standard e 5 in versione potenziata. I primi sono alti (o lunghi) 3,5 metri, pesano 1700 chilogrammi e sono in grado di contenere 2 tonnellate di carico; i secondi raggiungono i 5 metri, un peso di 1950 chilogrammi e trasportano 2,7 tonnellate di materiali. 

A studiare il modulo di carico pressurizzato è stato l’ingegnere Flavio Bandini, 56 anni, da 30 in azienda, torinesissimo così come il sessantacinquenne Quaglino. Con Bandini - capo del team ingegneristico - hanno lavorato circa 50 specialisti, saliti fino a 100 nei periodi “caldi” dello sviluppo. “Abbiamo dovuto risolvere tre ordini di problemi. In primo luogo stare dentro la massa richiesta dal contratto; progettare un modulo che non avesse bisogno di sistemi di raffreddamento ad acqua e poi, soprattutto, fare in fretta”. Il risultato è un modulo dalle pareti di alluminio spesse appena 2,3 millimetri (al di sotto degli scudi per proteggersi dai micrometeoriti), con un sistema di raffreddamento che usa solo la circolazione dell’aria garantendo un considerevole risparmio di peso e cinghie derivate dalla Formula 1 (costruite da un’azienda di Moncalieri) per tenere a posto il carico. 

Dieci minuti e 2” dopo il decollo il Cygnus - che è stato caricato con “soli” 700 chilogrammi di materiale - ha raggiunto l’orbita terrestre e si è sganciato senza problemi dal secondo stadio del razzo Antares. Passeranno però 4 giorni prima che si avvicini alla ISS per essere afferrato dal braccio meccanico della Stazione e agganciato alla porta “Nadir” del Nodo 2 (altra creazione italiana). Tutte le operazioni sono seguite in tempo reale dal centro di controllo della Orbital a Dulles, da quello della Nasa a Houston e dalla sala operativa della Altec a Torino. 

Una volta “preso” il Cygnus gli astronauti, tra cui l’italiano Luca Parmitano (che poche ore fa ha twittato “me ne prenderò cura”), cominceranno le operazioni di scarico. Dopo averlo svuotato, il Cygnus sarà riempito di spazzatura spaziale prodotta sulla Stazione e, nel giro di qualche giorno, liberato per un rientro nell’atmosfera terrestre: verrà distrutto dal calore prodotto dall’attrito con l’aria e i pochi resti non inceneriti finiranno nel Sud del Pacifico. E un nuovo Cigno potrà preparasi a prendere il volo a dicembre. 

FONTE: Andrea Chatrian (lastampa.it)