martedì 4 febbraio 2014

L’ESERCITO ITALIANO ALL’OUTDOORS EXPERIENCE 2014


Quest’anno l’Esercito Italiano sarà presente all’Outdoors Experience, l’evento fieristico dedicato all’attività all’aria aperta, al tempo libero, alla vita nella natura e in campeggio che si svolgerà nei padiglioni della Fiera di Roma dal 12 al 16 febbraio 2014, in contemporanea all’ottava edizione del Big Blu– Salone della Nautica e del Mare.

Tante le attrazioni presenti nello stand allestito dal Comando Militare della Capitale con la collaborazione della Scuola Trasporti e Materiali dell’Esercito. Gli amanti delle due ruote troveranno la Cagiva 350 W12 Mil. I, una monocilindrica da 350 cm³ a quattro tempi e quattro valvole, evoluzione della T4 350, in dotazione a tutti i reparti dell’Esercito e impiegata in missioni di ricognizione e esplorazione avanzata perché facilmente utilizzabile su qualsiasi tipo di terreno, grazie alla maneggevolezza della ciclistica e all’elasticità del propulsore.

La categoria quattro ruote motrici sarà rappresentata dal Veicolo Tattico Leggero Multiruolo VTLM “Lince”, a trazione integrale, nato dalla necessità dell’Esercito Italiano di dotarsi di un mezzo con elevate capacità di protezione del personale per una graduale sostituzione dei VM-90. Impiegato nelle missioni internazionali in Libano e Afghanistan, il VTLM “Lince” è un mezzo aeroportabile e aviolanciabile, dal basso livello di emissioni termiche e sonore e ridotta traccia radar, idoneo a trasportare un equipaggio di 5 militari, dotato di un motore diesel common-rail da 185 HP che, nonostante le 6,5 tonnellate di peso del mezzo, permette una velocità massima superiore ai 130 Km/h e un’autonomia di 500 Km.

L’innovazione non può prescindere dalla tradizione, qui rappresentata dalla blasonata Autovettura da Ricognizione Fiat Campagnola AR 51, custodita nel Museo Storico della Motorizzazione Militare di Roma e del tutto simile all’esemplare che, preparato dalla sezione Allestimenti Speciali della Fiat in versione lunga torpedo, nel dicembre 1951, guidata da Cesare Butti, compì la traversata Algeri-Città del Capo, andata e ritorno, in 11 giorni 4 ore e 54 minuti, stabilendo un record mondiale tuttora mai eguagliato. La Fiat Campagnola AR 51 esposta ha gareggiato nell’edizione 2011 della Mille Miglia classificandosi 124a accanto a veicoli d’epoca e storici di ineguagliabile valore, replicando l’esperienza vissuta dall’Esercito Italiano con vettura “gemella” nel maggio del 1952 alla XIX Mille Miglia.

Esercito Italiano a Outdoors Experience è anche sinonimo di tecnologia con “GEOSAT 4X4 CROSSOVER”: il navigatore satellitare nato dalla collaborazione tra Esercito Italiano-Istituto Geografico Militare di Firenze e AvMap, pensato per il turismo itinerante e il fuoristrada e realizzato con cartografia prodotta e fornita dall’Ente della Forza Armata.
La 5 giorni del salone di Roma è anche l’occasione per provare il simulatore di guida di moto dell’Esercito Italiano e ricevere nozioni specifiche sulle tecniche di guida sicura e su come comportarsi nel traffico cittadino di tutti i giorni.

Nell’ambito del dispositivo promozionale, organizzato dal Comando Militare della Capitale, un team del Raggruppamento Logistico Centrale dell’Esercito fornirà ai visitatori informazioni e materiale illustrativo sulle varie possibilità di arruolamento nella Forza Armata.


Maggiore Andrea M. Gradante
Ufficiale Addetto alla Pubblica Informazione
Comando Militare della Capitale
via Scipio Slataper, 2
00197 Roma
tel. 06.809954512
mob. 347-57.47.767
sotrin: 1054512
mail: uadsezpi@capitale.esercito.difesa.it; andreagradante@hotmail.it

Corruzione, c’era una volta anche l’Authority Ha cambiato tre nomi e non ha più poteri

Cecilia Malmstrom, la commissaria Ue agli Affari Interni, durante la presentazione del rapporto sulla corruzione (Epa)

Chiesta dall’Europa nel ‘99, si chiamava Civit, ora Anac , ma non ha neppure un presidente. Risultati? Nessuno.

E due. Dopo papa Francesco, durissimo coi «devoti della dea tangente», anche l’Europa dice che da noi girano troppe mazzette: 60 miliardi di euro. Non c’è Paese che possa sopravvivere con un carico simile sulla groppa e una reputazione in pezzi come la nostra. Dove il 97% dei cittadini (21 punti più della media europea) è convinto che la bustarella dilaghi. E Bruxelles ci chiede: che fine ha fatto l’Authority contro la corruzione?
Il primo rapporto della Commissione anticorruzione, diffuso lunedì dal commissario agli affari interni Cecilia Malmström, dice che certo, «in Europa non ci sono aree non affette da corruzione. Prendiamo atto dei progressi fatti e delle buone pratiche, ma i risultati raggiunti sono insufficienti e questo vale per tutti gli Stati membri». Mai accontentarsi. Ma certo le condizioni dell’Italia, rispetto agli altri, è pesante. Basti dire che su quei 120 miliardi di euro di corruzione stimati dalla Ue, la metà sarebbe nostra. Di più: l’88% degli italiani (anche qui oltre una ventina di punti sopra la media continentale) pensa che la corruzione e le raccomandazioni siano il modo più semplice per accedere ai servizi pubblici.
A dirla tutta, qua e là le statistiche europee non ci strapazzano neppure troppo, ad esempio quando dicono che «il 2% degli italiani ha ricevuto richieste di tangenti nell’ultimo anno». Su questo, il rapporto di «Libera», la rete di associazioni di Don Luigi Ciotti, è più pessimista: i cittadini che si sono visti chiedere una bustarella sarebbero sei volte di più: il 12%.
Sia come sia, la Commissione Europea ci bacchetta. Su certe assoluzioni dovute ai tempi biblici. Sulle leggi ad personam . Sui cavilli di certe norme che rischiano «di dare adito ad ambiguità nella pratica e limitare ulteriormente la discrezionalità dell’azione penale». Sul coinvolgimento di troppi politici. Fino alla brusca ramanzina sulla inefficacia dell’authority delegata a combattere le mazzette. Ramanzina sacrosanta.
Per anni, dopo il lontano accordo di Strasburgo del 1999, l’Europa ci ha chiesto di dare vita a un organismo per la guerra alla corruzione. Ma mai cammino è stato tanto travagliato. Istituito nel 2003 e reso operativo nel 2004, l’«Alto commissario per la prevenzione e il contrasto alla corruzione» dotato di una bellissima sede e pochissimi poteri, un vero e proprio specchietto per le allodole, restò (inutilmente) in vita quattro anni. Risultati? Boh... Evaporato nel 2008, fu sostituito dal Saet, il Servizio per l’anticorruzione e la trasparenza che venne subito criticato dagli osservatori: stare alla struttura del Dipartimento funzione pubblica non garantiva l’indipendenza necessaria. Risultati? Boh...
Un altro anno di «ti-tic e ti-tac» e nasceva la Civit, dal nome interminabile (Commissione indipendente per la valutazione, la trasparenza e l’integrità delle amministrazioni pubbliche) e dalle competenze vaghe. Risultati? Boh... Fatto sta che nel 2012, con il governo Monti, arrivava la sospirata Autorità anticorruzione con l’obiettivo di «spostare l’asse della lotta alla corruzione dalla repressione alla prevenzione». Applausi corali: evviva, finalmente. Risultati? Boh...
Finché, mesi e mesi dopo, il «Sole 24 ore», l’organo di Confindustria, raccontando il passaggio gestito da Gianpiero D’Alia dalla Civit all’A.n.ac. (Autorità nazionale anticorruzione: ultima sigla del tormentone) sbuffava giustamente per tutti gli «anni di operazioni di montaggio e smontaggio di strutture analoghe».
La stessa Authority, un mese fa, nel suo «Rapporto sul primo anno di attuazione della legge 190 del 2012», sentiva il bisogno di sgravarsi di responsabilità: «Il livello politico non ha mostrato particolare impegno nell’attuazione della legge. Nonostante i reiterati solleciti dell’Autorità, non tutti i ministeri, gli enti pubblici nazionali, le Regioni, gli enti locali hanno nominato il responsabile della prevenzione della corruzione, che pure svolge un ruolo cruciale per l’attuazione della normativa». Traduzione: non vogliono che lavoriamo sul serio.
Peggio, accusano i magistrati in trincea sul fronte della corruzione, «non hanno nominato neppure il presidente dell’Authority limitandosi a una prorogatio dei vertici della vecchia Secit nominati da Brunetta, fra i quali c’è anche quell’Antonio Martone coinvolto, a torto o a ragione, nel caso della P3. A dimostrazione che un conto sono le chiacchiere e un altro i fatti». Di più: le cose vanno talmente per le lunghe da fare emergere sospetti maliziosi e cioè che «giorno dopo giorno vengano svuotati i poteri dell’organismo sui conflitti di interesse, i piani anticorruzione, le incompatibilità fra amministratori e società miste o in house, magari con la scusa di risparmiare prebende».
E non si tratta solo di un problema morale. Ma anche economico. Nel 2012, l’anno al quale si riferiscono i dati della Commissione Europea, gli investimenti diretti esteri in Italia sono crollati del 70%: da 34 a 10 miliardi di dollari in un anno. Al punto di rappresentare per noi un misero 0,6% del Pil contro l’1,4% della Francia (quasi il triplo) o il 2,8% (quasi il quintuplo) del Regno Unito. «Ci sono 1.400 miliardi di dollari che ogni anno volano sul mondo per investimenti diretti esteri in cerca di un luogo su cui atterrare», sospirò mesi fa Giuseppe Recchi, direttore del Comitato investitori esteri di Confindustria: perché così pochi in Italia? Risposta: vuoi vedere che c’entrano anche la corruzione, la burocrazia che alla corruzione è legata, la macchinosità dei processi su eventuali imbrogli?
In ogni caso, spiega Pier Camillo Davigo, molto più che sull’Authority bisognerebbe puntare sul rigido rispetto delle regole: «In tutti i Paesi seri chi ruba va in galera. Qui invece sono andati a smontare certi reati per introdurne altri di difficile definizione col risultato che l’obiettivo non pare più colpire i corrotti ma individuare in quale casella di reato inserirli. Vogliono fare sul serio? Introducano le operazioni sotto copertura come negli Stati Uniti. Coi test d’integrità. Me l’ha spiegato un amico americano: ogni tanto mandiamo in giro degli agenti in incognito a offrire mazzette. Chi le prende lo sbattiamo dentro. E diamo una ripulita». Figuratevi la popolarità che una cosa simile avrebbe tra la classe politica italiana.....
 
FONTE: corriere.it