mercoledì 28 maggio 2014

Sempre meno figli nell’Italia in crisi In dodici mesi bruciati 478 mila posti Ma sale la fiducia, spiragli sui consumi



La fotografia del Paese che prova a ripartire nel rapporto annuale dell’Istat: nel 2013 Pil giù dell’1,9% sotto i livelli del 2000. Il 2014 iniziato con una gelata. Disoccupazione al 12,2%. Ma il fatturato delle imprese riparte grazie all’export


Un Paese che ha voglia di ripartire, dopo anni di crisi e di sacrifici. Un Paese in cui la disoccupazione e la bassa crescita restano problemi fondamentali, difficili da risolvere: i senza lavoro, infatti, sono 6,3 milioni. Un Paese in cui i figli scarseggiano e i giovani continuano ad emigrare, eppure, nonostante tutto, l’ottimismo non si spegne, anzi: gli indicatori di fiducia sono in risalita, e nuova linfa arriva da donne e stranieri. E’ la fotografia scattata dall’Istat nel suo rapporto annuale, presentato a Roma alla vigilia del semestre italiano. 

La crescita  
E’ un analisi in chiaroscuro, quella dell’istituto. La crescita, innanzitutto. Che non c’è stata: nel 2013 il Pil è sceso dell’1,9%, sotto i livelli del 2000, e nonostante il timido segnale del quarto trimestre l’anno è iniziato con una gelata. Giù anche i consumi, per il terzo anno consecutivo (-2,6%), e il potere d’acquisto, in calo dell’1,1%. Sempre a livello macroeconomico, l’istituto fotografa il buon andamento delle esportazioni (+0,1%), una flessione delle importazioni e una inflazione in netto calo: nella media del 2013 il tasso di crescita dell’indice nazionale dei prezzi al consumo si è più che dimezzato.  

L’occupazione  
Anche per il lavoro è stato un anno complesso: sono stati bruciati 478mila posti, il record (negativo) dall’inizio della crisi. Contemporaneamente, la disoccupazione continuava a crescere, dal 10,7% del 2012 fino al 12,2%. Sull’occupazione pesano l’industria e, soprattutto, le costruzioni: -9,3%. La diminuzione dell’occupazione ha riguardato soprattutto i contratti a termine e i giovani: il tasso tra i 15 e i 24 anni è salito del 4,5% in 12 mesi, fino a quota 40%. Aumentano anche gli scoraggiati: sono 1 milione e 427 mila individui. Spiragli in vista, spiega l’Istat, nella manifattura, e soprattutto, tra le donne. 

Nel 2013 in Italia, il tasso di occupazione femminile 15-64 anni è pari al 46,5% (-12,2 punti rispetto al valore medio della Ue28). In cinque anni (2008-2013), a fronte della forte riduzione dell’occupazione maschile (-973 mila unità, -6,9%) le donne occupate sono diminuite di 11 mila unità (-0,1%). La sostanziale tenuta dell’occupazione femminile è il risultato di un insieme di fattori: da un lato il contributo delle occupate straniere, aumentate di 359 mila unità a fronte di un calo delle italiane di 370 mila (-4,3%), dall’altro la crescita delle occupate con 50 anni e più (+613mila, circa il 30% in più) e, infine, l’incremento di quante entrano nel mercato del lavoro per sopperire alla disoccupazione del partner. 

Le famiglie  
Aumentano, infatti, le famiglie con donne breadwinner, ovvero quelle in cui la donna è l’unica ad essere occupata: sono il 12,2% delle famiglie con almeno un componente 15-64 anni (erano il 9,4% nel 2008), in confronto al 26,5% di quelle con unico breadwinner uomo (stabile rispetto a cinque anni prima).  
Una conseguenza: peggiora la situazione di conciliazione dei tempi di vita delle donne. Cresce la quota di donne occupate in gravidanza che non lavora più a due anni di distanza dal parto (22,3% nel 2012 dal 18,4% nel 2005), soprattutto nel Mezzogiorno dove arriva al 29,8%. Le più esposte al rischio di lasciare o perdere il lavoro sono le neo-madri che lavoravano a tempo determinato (45,7% nel 2012), quelle con titolo di studio basso (30,8%, rispetto al 12,3% delle laureate), le lavoratrici del Mezzogiorno (29,8%). Inoltre, aumenta la quota di occupate con figli piccoli che lamentano le difficoltà di conciliazione (dal 38,6% del 2005 al 42,7% del 2012). 

Poco più della metà delle neo-madri continua a contare prevalentemente sull’aiuto dei nonni quando è al lavoro, ma cresce il ricorso al nido (35,2%, contro il 27,4%), soprattutto se privato (la cui fruizione passa dal 13,9% del 2005 al 21,1% del 2012).  

Le imprese  
Se la produzione ha fatto segnare una nuova flessione (-3,2%), nel corso dei primi mesi del 2014 gli indicatori anticipatori hanno mostrato segnali di recupero, sia per quanto riguarda la fiducia sia la manifattura, in “deciso rafforzamento”. Nei primi mesi del 2014 è proseguito l’aumento del fatturato delle imprese, trainato principalmente dalla domanda estera e, per la prima volta dopo tempo, da quella interna, che resta comunque debole. 

Il territorio  
Sul piano territoriale (e tenuto conto della specializzazione produttiva) l’efficienza media delle imprese delle regioni del Nord si colloca al di sopra della media nazionale, sebbene con un’accentuata variabilità: +3,5 punti per il Trentino Alto-Adige, +1,6 per la Lombardia, fino a +0,2 punti della Liguria. Le regioni del Centro e del Sud rimangono invece al di sotto della media nazionale, passando da -0,03 punti della Toscana e -0,08 punti del Lazio a -2,4 punti del Molise e -2,6 della Calabria. Tuttavia, in tutte le regioni almeno una impresa su due registra un grado di efficienza superiore al valore medio nazionale. 

Le prospettive  
Le prospettive per il prossimo biennio sono in chiaroscuro. Nel 2014 l’Istat prevede un aumento del Pil dello 0,6%, dell’1% nel 2015 e dell’1,4% nel 2016. Ripresina in vista anche per i consumi e all’orizzonte, sostiene l’Istat, c’è una “graduale distensione delle condizioni di accesso al credito”. Un altro aspetto importante, tornando ai numeri del 2013, è il ritorno dell’aumento della propensione al risparmio, risalita al 9,8% dopo il minimo storico dell’8,4% toccato nel 2012. “E’ emersa – scrivono gli analisti – a riportare il rapporto tra consumo e reddito su livelli più contenuti, maggiormente in linea con la situazione prevalente negli altri Paesi”.  

I rischi  
Certo, il rischio povertà continua a restare dietro l’angolo. L’indicatore di povertà assoluta, stabile fino al 2011, sale di ben 2,3 punti percentuali nel 2012, attestandosi all’8% delle famiglie. La grave deprivazione, dopo l’aumento registrato fra il 2010 e il 2012 (dal 6,9% al 14,5% delle famiglie) registra un lieve miglioramento nel 2013, scendendo al 12,5%. 
Il rischio di persistenza in povertà, ovvero la condizione di povertà nell’anno corrente e in almeno due degli anni precedenti, è nel 2012 tra i più alti d’Europa (13,1 contro 9,7%). Si tratta di una condizione strutturale: le famiglie maggiormente esposte continuano a essere quelle residenti nel Mezzogiorno, quelle che vivono in affitto, con figli minori, con disoccupati o in cui il principale percettore di reddito ha un basso livello professionale e di istruzione. 
Il rischio di persistenza nella povertà raggiunge il 33,5% fra le famiglie monogenitori con figli minori. Nel Mezzogiorno è cinque volte più elevato che nel Nord, tre volte più elevato tra gli adulti sotto i 35 anni, due volte più elevato tra i disoccupati e gli inattivi. 

Le demografia  
Lo zoom finale della fotografia Istat è sulla demografia: in Italia si vive sempre più a lungo ma resta bassa la propensione ad avere figli. Nel 2012 la speranza di vita alla nascita è giunta a 79,6 anni per gli uomini e a 84,4 anni per le donne (rispettivamente superiore di 2,1 anni e 1,3 anni alla media europea del 2012). Allo stesso tempo nel nostro Paese persistono livelli di fecondità molto bassi, in media 1,42 figli per donna nel 2012 (media Ue28 1,58). L’indice di vecchiaia è tra i più alti al mondo. Al 1° gennaio 2013 nella popolazione residente si contano 151,4 persone over65 ogni 100 giovani con meno di 15 anni. Tra i paesi europei solo la Germania ha un valore più alto (158), mentre la media Ue28 è 116,6. 

FONTE: Giuseppe Bottero (lastampa.it)