domenica 29 giugno 2014

«Bisogna tagliare anche i deputati» La mina trasversale sul nuovo Senato


A meno di 24 ore dal primo voto sulle riforme previsto per lunedì pomeriggio in commissione, al Senato si apre il derby con la Camera. E la partita si profila insidiosissima per il governo, che con la legge costituzionale Renzi-Boschi intende falcidiare solo l’assemblea di Palazzo Madama (da 315 a 100 seggi) lasciando invece intatta quella di Montecitorio (630 seggi). Sulla strada intrapresa dal ministro Maria Elena Boschi (Riforme) si profila la presenza di un vero macigno: perché, oltre la minoranza interna guidata da Vannino Chiti (14 senatori del Pd), anche l’«area riformista» (Bersani-Letta, forte di almeno 27 senatori) punta dritta sulla cura dimagrante contestuale delle due assemblee legislative. E questo «doppio taglio» è molto popolare anche nelle opposizioni (Lega, FI, M5S, Sel) tanto da rappresentare il più insidioso ostacolo per il governo che, anche su questo terreno, non intende cambiare una sola virgola del suo testo base. Perché, come ha sempre ripetuto Renzi ai suoi, se si tocca anche la Camera la riforma del Senato e del Titolo V rischia veramente di insabbiarsi.

La questione sarà affrontata martedì nell’ennesima riunione dei senatori del Pd convocata dal capogruppo Luigi Zanda che, a votazioni ormai aperte, dovrà tentare di indicare un punto di mediazione. Già lunedì mattina è prevista una riunione dell’«area riformista» del Pd che dovrà decidere come utilizzare l’«arma atomica» rappresentata dall’emendamento 1.011 - firmato da Doris Lo Moro, Miguel Gotor, Francesco Russo, Maurizio Migliavacca, Giorgio Pagliari e altri 22 colleghi del Pd - che propone la modifica dell’articolo 56 della Costituzione per ridurre i deputati da 630 a 500 (più 8 eletti all’estero). Il governo ha già monitorato il pericolo e probabilmente, visto che l’emendamento Lo Moro potrebbe essere messo in votazione già lunedì pomeriggio, si accinge a chiederne l’accantonamento. Sperando poi che nella riunione del Pd di martedì nessuno intenda mettere ai voti il tema riduzione del numero dei parlamentari.
La questione posta dai 27 di «area riformista» (che in prima commissione sono in 5 mentre i renziani sono due) è molto delicata perché non ha solo il sapore della rivalsa sui colleghi deputati. Il bilanciamento dei numeri tra Camera e Senato, infatti, incide sul plenum in seduta comune del Parlamento che elegge gli organi di garanzia e in particolare il capo dello Stato. Gotor , Migliavacca e la stessa capogruppo Lo Moro hanno esposto in commissione qual è il punto debole della riforma del Senato combinata con la legge elettorale maggioritaria: a un solo partito, infatti, basterebbe vincere il premio di maggioranza alla Camera e controllare il 33% del Senato per eleggere da solo il presidente della Repubblica: «E poi c’è anche la variante russa - insiste da giorni Gotor - col premier che si fa eleggere capo dello Stato dalla Camera, che controlla grazie al premio di maggioranza, e dal mini Senato».
Ecco allora che, oltre alla riduzione contestuale di senatori e deputati, spunta un altro emendamento dei 27 dell’«area riformista» del Pd che alza il quorum per l’elezione del capo dello Stato (la maggioranza assoluta scatta solo al 7° scrutinio e non al 4°). Lunedì, dunque, è il giorno della verità. Alle 16 il presidente della commissione Anna Finocchiaro darà il via alle votazioni. I rapporti di forza sono 15 voti a favore della maggioranza, 14 per l’opposizione anche sulla questione dell’elezione diretta del Senato sostenuta dalla minoranza del Pd guidata da Vannino Chiti, che però ha perso la funzione dell’ago della bilancia in commissione: «Dopo la mia sostituzione continuo ad andare in commissione con Chiti e Casson per illustrare i nostri emendamenti anche se, ovviamente non possiamo votare», osserva il dissidente Corradino Mineo. Che aggiunge: «Io dico che non bisognava arrivare a tutto questo, il governo avrebbe dovuto aprire sull’elezione diretta con il listino presentato alle regionali». Ora però la questione dell’elezione dei senatori rischia di passare in secondo piano per lasciare la ribalta alla riduzione del numero dei parlamentari.

FONTE: Dino Martirano (corriere.it)