sabato 18 aprile 2015

Kamikaze in banca, l’Isis arriva in Afghanistan

 
Inferno a Jalalabad, oltre 30 morti. La gente era in fila per ritirare lo stipendio. I talebani: non siamo stati noi. Poi arriva la rivendicazione dello Stato islamico
 
Prova di forza dell’Isis in Afghanistan. Un attacco condotto da un kamikaze, forse due, ha fatto strage a Jalalabad, la città strategica sulla strada che da Kabul porta in Pakistan. Almeno 38 persone sono morte e oltre 100 sono rimaste ferite. I terroristi si sono fatti esplodere dinanzi all’ingresso di una banca, mentre la gente era in fila per ritirare soldi.  
 
L’attentato è avvenuto all’ora di punta, di prima mattinata quando decine di persone, tra le quali anche funzionari pubblici, si trovavano all’ingresso della Banca di Kabul, nella capitale della provincia di Nangarhar, per ritirare il proprio stipendio. Un altra esplosione si è verificata fuori da un santuario. Il ministero dell’Interno afghano ha aggiunto che altre due bombe sono state disinnescate nella stessa zona.
 
I taleban afghani hanno negato oggi qualsiasi loro responsabilità nell’attentato. L’attacco invece è stato rivendicato dall’Isis tramite account twitter vicini allo Stato islamico. Il Califfato ha anche postato una foto del presunto attentatore con la bandiera dell’Isis sullo sfondo. 
 
L’attentato è il primo di questo portata dell’Isis in Afghanistan. Numerosi gruppi islamisti si stanno avvicinando all’Isis e sconfessano la fase «dialogante» di alcuni settori dei taleban, che vorrebbero rientrare nel gioco politico in concomitanza con il ritiro delle forze occidentali, che dovrebbe concludersi a fine 2016. 
 
I talebani afghani hanno negato ogni loro coinvolgimento nell’attacco di oggi. E oltre sono andati quelli pachistani. Il portavoce di Tehrik-e-Taliban Jamaat-ul-Ahrar (JuA), Ihsanullah Ihsan, sha condannato l’attentato e sottolineato che simili atti non hanno nulla a che fare con l’Islam: «Abbiamo fortemente condannato questi attacchi. È sbagliato colpire in luoghi pubblici dove si muove la gente comune».  
 
FONTE: Giordano Stabile (lastampa.it)