giovedì 23 luglio 2015

Dal Rikimbili alla lavatrice che fa il succo di mango Gli inventori cubani oltre l’embargo



“Il futuro è il riciclo, altro che consumismo”. Reynaldo Peña, detto Rey, mostra l’ultimo dei suoi gioielli, ammassato tra altre diavolerie elettroniche nella sua casa-magazzino in Habana Vieja. La casa è anche un deposito, un salone di parrucchieri (a cielo aperto), un divano per vedere a rotazione video musicali di Marc Anthony. L’oggetto era una lavatrice, di quelle con il cestello che si apre in alto. E l’aspetto è ancora quello di un elettrodomestico per lavare i panni, ma con una modifica. Gli tremano le mani per la gioia, corre in cucina prende un coltello e con quelle mani sudice del grasso di ingranaggi e motori affetta un mango. Poi lo getta nel cestello. Prende una bottiglia di plastica, la avvicina al tubo rosso che esce dalla machina e preme start. La lama (che è in realtà una gruccia) che sostituisce la pala interna inizia a girare, taglia, sminuzza e produce succo di mango che riempie la bottiglia. Meraviglia. Reynaldo, 62 anni, si batte il pugno sul petto “visto che invenzione?”. Scomoda, ingombrante, rumorosa, ma funziona. Reinaldo è uno degli inventori che ancora produce. A Cuba tutti sono creativi, ognuno ha in casa oggetti di propria costruzione, come se il “Periodo speciale” non fosse mai finito. In effetti le materie prime ancora non ci sono, pezzi di ricambio per un qualsiasi oggetto rotto sono introvabili. E il cubano inventa, è nel suo dna.

Nella sua bottega da tuttofare Reinaldo ha decine e decine di ventilatori, asciugatrici, telefoni, motorini da riparare, pentole a pressione. Nel quartiere è famoso, lo chiamano meccanico ma sa fare di tutto. Parla velocissimo, prima di filosofia, di semantica e poi di psicoanalisi. Si alza tutti i giorni alle 5, e alla domenica alle 6,30. “Il mio tempo è denaro, ogni ora vale 15 pesos”. Durante il “Periodo speciale” era capo del personale del Partito popolare, poi ha lavorato in una grande azienda che fabbricava macchine industriali. Una volta finito il dominio assoluto del governo sul lavoro individuale ha iniziato a inventare. Prima macchine che estraessero idrogeno dall’acqua (ma finì tutto per una esplosione), poi oggetti, come faceva suo papà. Quindi una lavatrice/asciugatrice rotta veniva tagliata a metà, il motore della parte guasta diventata buono per fare funzionare un ventilatore, per esempio, i tubetti di colla diventano aeroplani di plastica per i bambini, una bici con un motore posticcio alimentato a kerosene in una bottiglia di plastica diventa un rikimbili, un mezzo ora fuorilegge perché pericoloso. Il motore di una lavatrice era anche usato nella macchina per copiare le chiavi. Le più diffuse sono ancora le antenne per la televisione costruite con i piatti di latta delle mense o dei ristoranti governativi: tagliate e modellate captavano i segnali. Oppure i ventilatori il cui motore proviene da innumerevoli altri oggetti. Persino un telefono può essere la sua base e le eliche sono quelle di una piccola barca. E così via. L’isola ne è piena, una sorta di corso di sopravvivenza continuo, un museo di design a cielo aperto. Ernesto Oroza ha studiato il fenomeno. E’ un architetto e designer cubano 47enne che ora vive a Miami. Per lui il cubano inventore non fa altro che “disobbedienza tecnologica”. Oroza dal 1997 colleziona e cataloga oggetti trovati nelle case dei cubani: “Il fenomeno creativo cubano è iniziato quando sono terminati i sussidi”, spiega. “A  quel tempo c’era una sola e grande economia centralizzata, nessuna esperienza privata, tutte le produzioni erano statali”. Nel 1960 il presidente americano Dwight D. Eisenhower impose il primo embargo e l’anno successivo ruppe definitivamente i rapporti diplomatici con Cuba. Dopo il 1991 e la caduta dell’Urss gli aiuti terminarono e Cuba perdette l’85 % dei beni che provenivano dall’estero, soprattutto energia, la maggior parte di quelli che i cubani potevano avere. “Da quel che ho studiato sono diversi elementi che hanno facilitato il diffondersi delle invenzioni: innanzitutto l’educazione sull’isola è sempre stata gratuita e ad alto livello, quindi c’erano e ci sono un gran numero di architetti, ingegneri, esperti di materie tecniche. Poi, gli oggetti che avevamo in casa erano prodotti del socialismo, tutti uguali. Tutti avevamo una lavatrice sovietica Aurika, un frigo Minsk, un ventilatore Orbita, una tv Caribe o Krim”. Una volta terminata l’assistenza straniera e una volta che questi oggetti hanno smesso di funzionare perché vecchi o semplicemente guasti, era impossibile recuperare pezzi di ricambio o fabbricarli. Ed è così che il cubano si è ingegnato. Prendi un pezzo di questo e mettilo in un altro oggetto, cambiandone la natura. “Disobbedienza tecnologica verso gli oggetti nati dal capitalismo e dal comunismo: un termine che descrive il rapporto tra il cubano e la tecnologia”, precisa Oroza. “Il cubano era in gabbia e inventare e cambiare la natura degli oggetti era per lui una liberazione morale, un modo per aggirare le regole che lo imprigionavano”. Nessun brevetto però. Le invenzioni erano e rimangono di proprietà dello stato e conservate negli archivi dell’Associazione nazionale di inventori e razionalizzatori. 

FONTE: Ilaria Morani (corriere.it)