venerdì 4 dicembre 2015

Droni, navi e uomini: così si muove in Libia l’intelligence italiana

Esclusa però la presenza di nostri militari sul terreno. Commando francesi, inglesi e Usa nel Sud del Paese

In Libia non ci sono nostri soldati senza mostrine, come se fosse una Crimea italica, ma c’è molto di più e di diverso. «Confermo che non c’è nessun militare italiano in territorio e nelle acque libiche», afferma con la massima decisione il Capo di Stato maggiore della Difesa, generale Claudio Graziano. «Un’affermazione diversa è destituita di ogni fondamento». Pare così chiudersi la questione aperta dal «Foglio», su una possibile presenza di nostri militari da quelle parti. Smentita secca. Eppure la storia va precisata meglio. La Libia, infatti, da settimane è stretta da un arcigno cordone di sicurezza.  

LE MISSIONI  
Sul territorio, soprattutto, ormai da mesi ci sono le antenne dei nostri servizi segreti, che non mollano la presa sulla Libia - e perciò sono stati ringraziati e elogiati da Obama in persona nell’ultimo incontro con Matteo Renzi. A Nord, al limite delle acque internazionali, ci sono ben due flotte. Una si chiama Mare Sicuro ed è solo italiana, l’altra è Eunavformed, europea. Sono lì a controllare le piattaforme off-shore, i gasdotti, eventuali barchini sospetti. Giusto ieri hanno tratto in salvo 2000 migranti. A Sud, nella terra di nessuno del Sahara, là dove i confini tra Libia, Ciad e Niger sono disegnati sulla sabbia, operano - qui per davvero - le forze speciali francesi, inglesi e americane con il compito di monitorare e frenare le infiltrazioni di islamisti. È possibile che la speculazione sugli uomini delle nostre forze speciali, che sono un’ossessione libica, sia nata qui. Infine c’è un capillare controllo dal cielo: aerei da ricognizione, droni, satelliti, apparati d’intercettazione, tutto il campionario delle diavolerie tecnologiche è orientato sulla Libia affinché dei movimenti libici non sfugga nulla. Nei limiti del possibile, ovvio. È grazie a questa sinergia tra antenne sul territorio e controllo elettronico che gli americani qualche mese fa hanno colpito con un bombardamento chirurgico un capo terrorista, l’algerino Belmokhtar. Era affiliato ad Al Qaeda, non all'Isis, e nella lista dei nemici pubblici degli Usa. «Un intervento militare in Libia non è all’ordine del giorno», ripete come un mantra il nostro presidente del Consiglio. Ed è vero: la strategia resta quella di un accordo tra le milizie per un governo di unità nazionale, e che poi facciano pulizia dei terroristi. L’Italia sostiene dunque il tentativo diplomatico delle Nazioni Unite, ma allo stesso tempo organizza un vertice di alto livello a Roma.  

I PIANI D’AZIONE  
Il che non significa che non siano pronti gli schemi di un possibile intervento militare. Sarebbe strano il contrario. Sono stati approntati i piani per l’eventuale Fase 3 della missione Eunavformed contro gli scafisti, che prevedono abbordaggi in acque territoriali libiche e anche operazioni di commando a terra contro depositi di carburante e imbarcazioni. Allo stesso tempo sono stati elaborati piani anche per interventi di truppe nelle formule del peace-enforcing e del peace-keeping. Che scattino a gennaio, nell’estate, o mai, tutto dipenderà dal quadro politico libico e dall’Onu.  

FONTE: Francesco Grignetti (lastampa.it)