sabato 21 maggio 2016

Gli effetti negativi del Bonus bebè Spinge le madri a non lavorare

Ne hanno beneficiato 210 mila famiglia con figli nati nel 2015. Le percentuali più alte al Sud. E la Commissione Ue: «In Italia troppo poche le donne con un impiego»

C’è una questione femminile aperta nel nostro Paese. E non è solo l’Istat a sottolinearlo. Vale la pena di riportare qui uno stralcio delle raccomandazioni della Commissione europea di mercoledì scorso: «Il tasso di partecipazione delle donne al mercato del lavoro in Italia è fra i piu bassi dell’Ue. La presenza femminile è preponderante nei lavori atipici e precari; l’effetto combinato del sistema tributario e del sistema assistenziale scoraggia dal lavorare le persone che costituirebbero la seconda fonte di reddito, problema che il Jobs act non affronta efficacemente. Anche la penuria di servizi di assistenza alla persona a prezzi accessibili ostacola la partecipazione al lavoro delle donne».

Il costi per lo Stato

L’Ue ci chiede di invertire la rotta e attivare politiche che aiutino le donne a lavorare. E a mettere in moto un circolo virtuoso: più produzione, più ricchezza, più figli. Quindi più consumi e pensioni per gli anziani di domani. La proposta del ministro della Salute Beatrice Lorenzin di raddoppiare il bonus bebè ha avuto il merito di rimettere al centro la questione. Ma quanto ha speso lo Stato per finanziare i bonus bebè? E chi lo ha ottenuto? Le risposte arrivano dall’Inps. Per i bimbi nati dal primo gennaio 2015 al 31 marzo 2016 sono stati mobilitati 196,5 milioni di euro. Riparametrando la cifra sui 12 mesi, si tratterebbe di 157,2 milioni l’anno. Raddoppiare la copertura vuole dire «investire» oltre 300 milioni. Poco? Tanto? Dipende dai punti di vista. La misura più onerosa del Jobs act a favore dei genitori lavoratori (l’aumento dell’età dei figli entro cui prendere il congedo) vale 100 milioni l’anno. I costi aggiuntivi per la reversibilità dovuta alle unioni civili costerà, spiega il presidente Inps Tito Boeri, «qualche centinaio di milioni di euro».

L’effetto negativo

Il bonus bebè, però, disincentiva il lavoro delle donne. La misura consiste in 80 euro al mese per i bimbi nati in famiglie con Isee non superiore a 25 mila euro lordi l’anno. Oppure in 160 euro al mese dove il reddito Isee è sotto i 7 mila euro lordi. Bene: i piccoli con la dote da 960 o 1.920 euro l’anno sono stati 262.294 in 15 mesi. Che poi vorrebbe dire 210 mila l’anno sui 488 mila nati nel 2015. Premiato soprattutto il Sud. Campania e Sicilia si portano a casa entrambe il 14% circa delle risorse con, rispettivamente, il 9,6 e l’8,3% della popolazione. La Lombardia che ha il 16,5% della popolazione si accontenta dell’11,9% delle risorse. D’altra parte i redditi al Sud sono più bassi e le donne lavorano meno che al Nord. Perché il nodo è proprio questo: dove le donne lavorano — e quindi c’è un secondo reddito familiare come incoraggia la Ue — il limite dei 25 mila euro di reddito Isee per nucleo familiare si supera quasi sempre. E così il bonus bebè finisce per disincentivare il lavoro femminile.

I nidi e le babysitter

Che cosa ne pensa il governo? «Non si può prescindere da un atteggiamento pragmatico, vanno messe in relazione efficacia delle misure e risorse mobilitate — dà un’idea del modo di procedere Marco Leonardi, consigliere economico di Palazzo Chigi —. Welfare aziendale e lavoro agile costano poco e fanno miracoli perché cambiano la cultura. Bisogna studiare con attenzione le leve da mettere in campo». In tutto questo, c’è una questione ancora trascurata: rendere più accessibili e meno costosi nidi e babysitter. Ma su interventi come questi non si bara. Servono risorse. E consistenti.

FONTE: Rita Querzé (corriere.it)