lunedì 15 agosto 2016

Sirte, battaglia dal mare contro l’Isis L’ultimo fronte per colpire i jihadisti


Davanti a Sirte, con i marinai che sparano sui jihadisti dell’Isis per impedire la fuga sui barconi. La lancia si avvicina alla costa e spara con i cannoncini di bordo, le mitragliatrici e i missili. Nel cielo volano i droni e i caccia americani

SIRTE Sull’Isis accerchiata da ieri si spara con intensità anche dal mare. Dal largo di Sirte una lancia lunga una ventina di metri ha tirato ieri a partire da mezzogiorno e per tutto il pomeriggio verso la linea di palazzi che domina la costa. Una dimensione navale questa della guerra contro la roccaforte del Califfato in Libia di cui sino ad ora si è parlato sottovoce. «Pochi la conoscono. Eppure, la guerra dal mare è importante e lo sarà sempre di più nei prossimi giorni con lo stringersi dell’assedio negli ultimi quartieri dell’Isis sulla costa. Sono i numeri uno, due e tre. Da qui i jihadisti braccati potrebbero tentare l’ultima sortita fuggendo verso le barche che nascondono presso le spiagge, vi hanno già provato nel recente passato», ci dice il 48enne colonnello Reda Essa, comandante del settore centrale della Guardia Costiera.

Siamo arrivati ieri pomeriggio al porticciolo di Bukharia, in realtà un molo primitivo presso la grande centrale elettrica dei tempi di Gheddafi, che dalla costa di dune sabbiose domina con il suo profilo massiccio e alto i quartieri occidentali della città. «Qui la nostra lancia viene a fare rifornimento: carburante per almeno 48 ore e cibo per la ventina di marinai dell’equipaggio. Per il resto è sempre in navigazione, pattuglia il golfo in continuazione per evitare che l’Isis possa fuggire, oppure riceva rinforzi via mare, visto che da terra è accerchiato», racconta Hussein Bushala, 48 anni, pescatore di lunga data. La sua biografia e quelle dei suoi commilitoni sono lo specchio della storia marinara della regione. Tanti erano parte degli equipaggi che componevano la scarna marina militare del regime caduto nel 2011. La maggioranza sono però pescatori, che in passato hanno trascorso lunghi periodi come equipaggi dei pescherecci siciliani. L’esperienza bellica se la sono fatta come volontari dei navigli che da Bengasi nella primavera del 2011 portavano armi e munizioni ai ribelli asserragliati a Misurata sotto la minaccia delle mine poste dagli incursori di Gheddafi a bordo di veloci gommoni neri dotati di fuoribordo da 250 cavalli.

L’azione di ieri la vediamo in lontananza. La lancia bordeggia a circa cinque miglia dalla costa. Ogni tanto si avvicina a poche centinaia di metri e spara con i cannoncini di bordo, le mitragliatrici pesanti e i missili Grad. Più colpito è il quartiere numero due, il meglio costruito, con le palazzine di tre o quattro piani di cemento grezzo. Non a caso qui si nascose Gheddafi con i suoi fedelissimi prima di venire linciato quella tragica mattina di cinque anni fa. Da terra le brigate stringono la tenaglia dell’attacco. È un’offensiva pianificata. Nel cielo volano i droni e caccia americani. Ogni tanto tirano un missile. Sono esplosioni a bassa intensità, molto mirate. I morti tra gli assedianti da ieri mattina erano sei, 55 i feriti. Sconosciute le perdite tra gli assediati.

«L’Isis possiede ancora il controllo del porto commerciale. Quello più piccolo da pesca è nelle nostre mani. Sappiamo che hanno nascosti un paio di gommoni con potenti fuoribordo e alcune barchette di legno simili a quelle utilizzate dagli scafisti per portare i migranti in Italia. Un peschereccio più grande è ormeggiato ben visibile. Ma sappiamo che ha il motore diesel fuori uso. I jihadisti hanno provato a ripararlo più volte. Ma i nostri droni li sorvegliano, non appena salgono a bordo, spariamo», dice ancora Reda. È una sfida del gatto col topo, combattuta con pazienza in questa lunga guerra a bassa intensità. Sino ad un mese fa l’Isis teneva posizionati un paio di tank, oltre ad alcuni cannoncini e bazooka lungo la spiaggia. La lancia delle milizie di Misurata era costretta a navigare lontano.

«Loro avevano un raggio di tiro sui 10 chilometri. Le nostre barche bordeggiavano a oltre 15. Poi noi, con gli americani, abbiamo distrutto i tank e adesso possiamo andare molto più vicini», aggiunge. Almeno tre volte i jihadisti hanno inoltre tentato sortite notturne. Pare siano state respinte. E tuttavia i leader delle milizie ammettono apertamente che centinaia, se non migliaia, di jihadisti sono scappati dalla sacca. Non è escluso che la prima parte della loro fuga sia stata via mare. «Potrebbero provare a fingersi migranti, rasentare la costa e unirsi al traffico verso l’Italia che interessa la fascia dei porti in Tripolitania da Khoms alla Tunisia», dicono al centro logistico di Tripoli. Gira anche voce di un sommergibile non identificato che sarebbe stato visto molto vicino all’imbocco dei porti di Sirte. A Misurata si accenna alla possibilità di un intervento militare di Parigi per cercare di catturare alcuni cittadini francesi che militerebbero nei ranghi dell’Isis. Ma è molto difficile distinguere tra fantasie, propaganda e realtà.

FONTE: corriere.it