giovedì 10 novembre 2016

Mosca olearia e lebbra degli ulivi Così la produzione dell’olio è crollata del 37%


Olive attaccate dalla mosca olearia nelle campagne della Valle d’Itria, in Puglia 
La campagna olivicola si chiude con il segno meno in tutta Italia: -10% al Nord, -29% al Centro, -29% al Sud. Colpa soprattutto dell’insetto più ostile alle olive, mai debellato dai tempi dell’Antica Roma, che prolifera con il caldo umido. E i prezzi crescono del 54%

C’è meno olio nei frantoi italiani in questo autunno 2016. E negli storici territori di produzione olearia — Puglia in testa — sta crescendo la psicosi da accaparramento: come se l’anno prossimo potesse essercene anche meno (cosa non affatto scontata). Tutta colpa della mosca olearia (e in parte della lebbra degli ulivi), un insetto antico quanto i millenari ulivi e contro cui gli olivicoltori combattono dai tempi dell’Antica Roma. Nulla a che vedere con l’ormai diventata famosa Xylella fastidiosa che, in realtà, sul fronte produttivo incide molto meno (al massimo il 5%). Insomma, mentre si cercano soluzioni ai nuovi problemi, quelli di antica data restano irrisolti.
Il calo maggiore a livello mondiale
Le previsioni più recenti di Unaprol (la più consistente associazione del settore olivicolo a livello nazionale e comunitario che appresenta gli interessi di 200 mila imprese associate in Italia) per la campagna olearia dell’autunno 2016 prevedono un calo della produzione del 37% a livello nazionale (298 migliaia di tonnellate). In particolare, il taglio produttivo sarà contenuto entro il 10% al Nord, salirà al 29% nelle regioni centrali e schizzerà al 39% nel Mezzogiorno. Il tutto a fronte di una produzione mondiale (2,78 milioni di tonnellate) che subirà un calo contenuto al 9%, con l’olio spagnolo stabile rispetto all’anno scorso (1,4 milioni di tonnellate), quello greco in calo del 20% (240 mila tonnellate) e quello turco in crescita del 33% (190 mila tonnellate). Quello italiano, quindi, è il calo maggiore a livello mondiale.
Il peso del clima caldo umido
Gran parte del crollo della produzione è dovuto, come detto, alla mosca olearia che ha distrutto le olive. In particolare in Puglia, ma non solo. La colpa del proliferare dell’insetto è il clima particolarmente caldo umido che ha caratterizzato il periodo estivo-autunnale. L’habitat naturale della mosca olearia, nella vecchia classificazione “Dacus oleae”, attualmente “Bactrocera oleae”, che è l’insetto più rappresentativo relativamente la coltivazione dell’olivo. Il ciclo della mosca olearia è primaverile estivo, lo sfarfallamento avviene in primavera e conta fino a 4 generazioni che si succedono da luglio a settembre. L’adulto presenta una lunghezza di 4-5 millimetri e una larghezza, ad ali distese, di 11-12 millimetri. I maschi sono leggermente più piccoli delle femmine.
I danni sulla coltivazione
Il danno relativo a un attacco di mosca olearia è complesso in quanto la larva si nutre della polpa dell’oliva. Provocando, così, alterazioni biochimiche nell’oliva con conseguenze più o meno gravi sulla qualità dell’olio. L’effetto più noto è sicuramente l’aumento del grado di acidità derivante dall’ idrolisi enzimatica degli acidi grassi, ma l’infestazione influisce anche sul numero di perossidi. La cascola delle olive costituisce indubbiamente il danno più importante fra quelli causati dalla mosca, in quanto può interessare una parte consistente della produzione che rimane inutilizzabile per l’ottenimento di oli di qualità. Numerose sono le tecniche di difesa da questo insetto, ovviamente quella più efficace, ma di maggior impatto sull’ambiente e sulla salute del consumatore finale, è quella chimica. E altrettanto numerose sono le tecniche relative al contenimento di questo insetto: difesa biotecnologica, difesa con metodi colturali, difesa biologica e nemici naturali (antagonisti). I migliori risultati si sono ottenuti con l’utilizzazione delle tecniche di agricoltura integrata che prevede il monitoraggio degli adulti tramite l’utilizzazione di trappole e l’intervento insetticida, solo al superamento della soglia di intervento, così riducendo notevolmente la quantità di fitofarmaci utilizzati a vantaggio dell’ambiente e della salute del consumatore finale.
Il balzo dei prezzi del 54%
Difese che, evidentemente, non sono state adottate in maniera adeguata in Puglia, la regione che produce più olio in Italia. Il calo della produzione ha avuto un immediato effetto sui prezzi: quelli della Borsa merci di Bari, la più rappresentativa a livello nazionale, sono in significativo aumento — come rileva Coldiretti Puglia — evidenziando ad oggi un balzo del 54% dai 3,70 euro al chilo della scorsa campagna ai 5,70 euro attuali. La Coldiretti evidenzia anche un altro effetto: «La penuria di olio pugliese — denuncia il presidente di Coldiretti Puglia, Gianni Cantele — fa crescere anche i rischi di frode e inganni in una situazione in cui c’è più olio spagnolo che italiano nelle bottiglie riempite a livello nazionale che in 2 casi su 3 contengono prodotto straniero proveniente per oltre il 60% dalla Spagna, il 25% dalla Grecia ma per quasi il 10% da un paese extracomunitario come la Tunisia». Insomma, occhio non solo ai prezzi ma anche all’origine.
FONTE: corriere.it